Rapporto tra movimento e territorio confronto fra le piccole comunità 7 Ottobre 2016

Rapporto tra Movimento e territorio riflessioni “comunità in dialogo”
Gazzaro, 7 Ottobre 2016

Contributo di don Luca Ferrari

Come ci siamo ripromessi, alla vigilia del centenario della nascita di don Pietro, desideriamo vivere con tutto il movimento un tempo di confronto e di approfondimento su un tema che emerge, tra i tanti che sono stati segnalati, tra quelli più rilevanti per noi.

È giunto il tempo di riflettere assieme sul rapporto tra Movimento e territorio. È un motivo caratteristico fin dall’inizio della nostra esperienza, che riguarda il nostro vissuto, il presente e il futuro del nostro cammino. Anche la Comunità Sacerdotale si sta confrontando sugli stessi temi ed in particolare sulla opportunità di offrire l’esperienza comunitaria nelle Parrocchie. Il Movimento giovani si sta interrogando su come proporre ai ragazzi ed alle famiglie che lo desiderano un percorso formativo che educhi secondo lo spirito che abbiamo ricevuto attraverso don Pietro.

Parlarne insieme ci aiuterà ad abbracciare con il cuore e la mente tante situazioni simili o differenti dal personale vissuto, e soprattutto ci conforterà nel seguire lo Spirito che ci ha chiamati.

Tra le lettere che ho ricevute in occasione della mia ormai lontana ordinazione sacerdotale, ricordo in particolare un biglietto augurale che richiamava l’esperienza di Abramo: “Vattene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti indicherò” (Gen 12,1). Il commento a queste parole mi metteva davanti alla natura della mia vocazione e, in fondo, di ogni vocazione: seguire il Signore significa lasciare che sia Lui ogni giorno ad indicare la strada. O più precisamente, scegliere Lui come strada. Lasciare il proprio paese è per molti una immagine metaforica, poiché ordinariamente chi ha la responsabilità di una famiglia è chiamato ad assicurarle stabilità e tranquillità. E tuttavia chiunque sceglie di seguire il Signore lascia le sue sicurezze, non si identifica con una formula immutabile e non si accontenta di inseguire i propri sogni, ma riconosce ogni giorno nelle persone, nelle vicende e nella terra su cui cammina, la mano di Dio che lo conduce.

Abbiamo scelto di parlare di territorio per riconoscerci nella definizione che don Pietro ha dato di noi nella sua lettera testamentaria: “State uniti perché l’ideale non può cadere. Voi siete il nuovo, vero ordine religioso dei tempi moderni nella pratica dei consigli evangelici in mezzo al mondo a servizio della Parrocchia.”

Tante volte abbiamo riflettuto su queste parole. In particolare vorremmo fare una riflessione sul luogo della Comunità. “In mezzo al mondo, a servizio della Parrocchia”. Ecco perché vogliamo parlare di Movimento e di territorio: anzitutto perché il nostro luogo è il mondo e perché possiamo rendere il nostro servizio alla parrocchia. Abbiamo perciò scelto l’espressione “territorio” che indica contemporaneamente il mondo in mezzo al quale siamo chiamati e la Parrocchia che oggi si configura come realtà territoriale, spesso legata ad altre in Unità Pastorali.

Come abbiamo vissuto nel tempo questo rapporto?

Il cammino delle comunità, secondo quanto è ben descritto nelle biografie di don Pietro, ha visto la luce a partire da un piccolo gruppo di giovani che vivevano nella parrocchia di Correggio, articolata in vivaci attività e chiese, affascinati dall’ideale delle prime comunità cristiane, attorno ad un sacerdote ricco di doni dello Spirito riconosciuto come padre.

Mentre iniziava il cammino delle prime comunità, molte famiglie hanno deciso di seguire don Pietro nella Parrocchia di cui era divenuto parroco. Sebbene la maggioranza delle famiglie coinvolte in questa esperienza abbiano gradualmente scelto di trasferirsi, alcune tra le prime comunità hanno vissuto per un certo periodo la vita comunitaria abitando in diverse parrocchie. Una di queste in particolare, la comunità della Natività (a cui appartiene Romano Onfiani, che don Pietro ha indicato come capo) tuttora vive in parte a Correggio e in parte a Sant’Ilario.

Successivamente, nel lungo periodo in cui don Pietro è stato parroco, la maggior parte delle comunità ha vissuto nella sua parrocchia di Sant’Ilario, anche se qualcuno abitava nelle frazioni vicine. Alcuni, inoltre, avevano scelto di lasciare la città o il paese di origine per condividere quella esperienza promettente di vita cristiana. Tra le comunità, molte hanno scelto di vivere nello stesso condominio o in prossimità delle famiglie amiche.

Tra quanti si erano spostati per vivere accanto agli amici e a don Pietro, non sono mancati anche coloro che hanno scelto successivamente di lasciare l’esperienza comunitaria. La libertà di scelta ha caratterizzato la decisione circa la residenza. La stessa libertà non viene meno anche nel caso di una prossimità di vita ed è garanzia per l’autenticità del cammino di ciascuno.

Successivamente alla morte di don Pietro, l’esperienza comunitaria ha entusiasmato giovani e famiglie anche in altre Parrocchie e territori, dove sono nate nuove comunità, prima a Sassuolo, poi a Reggio Emilia e a Roma. Diverse famiglie hanno deciso di trasferirsi a Reggio con modalità simili a quelle della prima ora.

Nel corso degli anni si sono moltiplicate le esperienze di comunità che, anche a causa delle mutate condizioni socio-economiche, comprendono famiglie che vivono in differenti parrocchie o città. Per qualcuno la scelta comunitaria è stata motivata proprio dalla necessità di spostarsi all’estero, per garantire la continuità di un’esperienza vissuta e per offrire ai figli una testimonianza di amicizia utile alla loro formazione umana e cristiana.

Ed è storia dei nostri giorni.

Ordinariamente una comunità è molto arricchita dalla condivisione quotidiana della vita, delle scelte e degli aiuti spirituali e materiali. Ed è comunque a servizio della famiglia, la quale stabilisce responsabilmente, come prevede anche la Costituzione Italiana, il luogo nel quale abitare.

Ogni condizione, ogni scelta offre opportunità e limiti. Su questi vorremmo confrontarci in modo sereno e aperto, anzitutto per una edificazione reciproca. E assieme possiamo cercare una strada per realizzare la condizione necessaria alla nostra vocazione: stare uniti. Nella vita e nella missione.

Riconoscerci a vicenda come fratelli che si appartengono e riconoscere come vere comunità anche quelle più distanti da noi per età, esperienza e condizione di vita è un dono di Dio. Non sono le ricette che ci rendono uniti, ma la carità e la fedeltà al carisma ricevuto nell’obbedienza al Signore, nel segno della spiritualità di comunione. Non credo che possiamo aspettarci dal cammino di quest’anno formule magiche che risolvano tutti i problemi e annullino le diversità, né penso sia auspicabile. Ognuno può arricchire gli altri con la propria testimonianza e carità. Ma è necessario dilatare il cuore per accogliere i tanti fratelli che entrano nella nostra vita, ora che non solo la nostra esperienza supera i confini di una sola Parrocchia, ma anche quelli di una Diocesi. In

futuro forse saremo chiamati a portare anche più lontano il seme di questa famiglia che cresce. Siamo chiamati ancora a conversione e sempre lo saremo in futuro. “Siamo solo all’inizio!”, ripeteva spesso don Pietro. Oggi lo comprendiamo meglio.

Abbracciare la nostra missione nel tempo presente significa fare nostro l’invito di Giovanni Paolo II ad “aprire le porte a Cristo” ed accogliere la pressante invocazione di papa Francesco che ci invita ad uscire. Vivere la Chiesa significa riconoscere come co-essenziali i doni carismatici e quelli istituzionali, come ci ricorda magnificamente “Iuvenescit ecclesia”, già presentato agli Esercizi Spirituali.

Come possiamo rispondere a quanti desiderano fare un cammino comunitario in tanti luoghi dai quali ci interpellano? Spesso abbiamo immaginato una risposta massimalista, che appare inaccessibile a chiunque. Molti si sono scoraggiati ed hanno cercato altrove risposte che desideravano trovare nella nostra esperienza. È giunto il momento di interrogarci se, pur senza nascondere l’impegno che comporta una scelta comunitaria, sia possibile vivere una comunità anche per tanti giovani e famiglie in ricerca in luoghi e percorsi sempre nuovi. E come possiamo continuare a vivere uniti pur in una famiglia così allargata.

Abbiamo perciò pensato di articolare il percorso di quest’anno in “Comunità in dialogo: incontri di formazione e di confronto”, come stimolo alle famiglie ed alle comunità perché si incontrino, si confrontino ed offrano il loro contributo al cammino comune.

Potremmo articolarlo così, in modo semplice e aperto, attraverso riflessioni e testimonianze che si sviluppano con confronti e riflessioni che ogni comunità liberamente stabilisce per restituirle al Moderatore (Mariano Bizzarri):

  • Cosa significa essere comunità sul territorio? Le diverse tipologie
  • Cosa significa una proposta associativa e/o di movimento nelle Parrocchie (aperte a un territorio)?
  • Come è possibile rimanere in contatto con le altre comunità e con le famiglie che vivono in altre realtà?
  • Come proporre il nostro essere comunità, attraverso condivisione di iniziative, percorsi e forme di accompagnamento e accoglienza a quanti fossero in ricerca?

Il percorso è sinodale poiché al termine di quest’anno ci ritroveremo assieme alla Comunità Sacerdotale ed al Movimento Giovani per condividere ciò che il Signore ha suscitato.La domanda di questa sera, dunque, riguarda il modo in cui le comunità vivono il territorio e il modo in cui il territorio aiuta la vita delle comunità. Ci aiuta inoltre a riconoscere il mondo come territorio (“in mezzo al mondo”) e le parrocchie come luogo in cui offrire il nostro servizio.

Tante sono le forme con cui viviamo la missione di educare l’uomo e il cristiano alla misura alta della propria chiamata, laddove ciascuno di noi abita e opera. Grandi sono anche gli sforzi da parte del Movimento per essere presenti nel mondo della scuola e della cultura, per portare una testimonianza cristiana in mezzo a tante altre proposte.

Vorrei aggiungere un cenno ai molti giovani delle nostre comunità che si stanno impegnando in una vera evangelizzazione di strada, incrociando ed invitando chiunque al Sacramento del Perdono nelle vie e nelle piazze, assieme all’esperienza di Giovani & Riconciliazione. Questa opera rappresenta un compimento di una costante aspirazione di don Pietro, che proprio negli ultimi anni di ministero aveva invitato i giovani ad impegnarsi in una specifica missione di evangelizzazione in Parrocchia. Sono molto fiero dei nostri ragazzi, che non solo hanno appreso da voi l’arte dell’accoglienza delicata e premurosa, ma anche il coraggio della missione senza rete: l’abbiamo vissuta tante volte in mezzo alla polvere, incontrando i figli di Dio più disparati ed offrendo l’acqua fresca del cuore di Gesù ricco di Misericordia.

Ma la nostra opera prima e più decisiva è proprio l’impegno a creare comunione, a costituire e condividere una rete viva e profonda di amicizie cristiane stabili. Come abbiamo indicato negli Esercizi Spirituali è proprio questa l’opera più preziosa che possiamo offrire al mondo, alla Chiesa, alle Parrocchie. Impegnarsi nell’amicizia non è preoccupazione elitaria da snob. È segno vivo del Regno di Dio. “Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri” (Gv. 13,35). Formare giovani alla maturità vocazionale in forma comunitaria è una risposta quanto mai eloquente alle sfide del nostro tempo.

Il nostro servizio è alla Parrocchia. La gran parte di noi lo fa anche attraverso un impegno specifico. Tutti, quando viviamo autenticamente la nostra vocazione comunitaria, siamo un tesoro prezioso per il fatto stesso di esserci. Ricordava il nostro Vescovo nell’incontro con i sacerdoti della Comunità lo scorso 17 Settembre riguardo alla formazione nel Movimento Giovani: “… tale proposta immette i giovani in un movimento e quindi ha momenti fuori dalla parrocchia. Non ho paura di questo. Sono convinto che questi giovani, crescendo, torneranno alle loro parrocchie dando il loro contributo. E se non daranno il contributo alla parrocchia, lo daranno alla missione della Chiesa, che è quello che m’interessa. Tutto si gioca nella carità con cui si vivono le esperienze e nel modo con cui si parla.” Il nostro impegno, anche il più generoso, sarà inutile e persino di scandalo se nel nostro parlare e agire saremo animati da giudizi, critiche, maldicenze, da chiunque siano mosse.

Mercoledì scorso, nella casa di San Gregorio al Celio, il Papa ha incontrato il primate della comunione anglicana e così si è espresso iniziando la sua riflessione: “Il profeta Ezechiele, con un’immagine eloquente, descrive Dio come Pastore che raduna le sue pecore disperse. Esse si erano separate le une dalle altre «nei giorni nuvolosi e di caligine» (Ez 34,12). Il Signore sembra così rivolgerci stasera, tramite il profeta, un duplice messaggio. In primo luogo un messaggio di unità: Dio, in quanto Pastore, vuole l’unità nel suo popolo e desidera che soprattutto i Pastori si spendano per questo. In secondo luogo, ci viene detto il motivo delle divisioni del gregge: nei giorni di nuvole e di caligine, abbiamo perso di vista il fratello che ci stava accanto, siamo diventati incapaci di riconoscerci e di rallegrarci dei nostri rispettivi doni e della grazia ricevuta. Questo è accaduto perché si sono addensate, attorno a noi, la caligine dell’incomprensione e del sospetto e, sopra di noi, le nuvole scure dei dissensi e delle controversie, formatesi spesso per ragioni storiche e culturali e non solo per motivi teologici.”

Ho inteso riportare questa lunga citazione anzitutto perché sintetizza in modo eccellente ciò che desideravo esprimere questa sera, poi per rinnovare con voi il sincero desiderio di spendermi per la comunione. Per questo volentieri vi chiedo perdono se qualche volta gli accenti appassionati o impazienti delle mie parole hanno ferito o allontanato qualcuno. Il territorio, persino abitare la stessa casa e compiere le stesse cose, non garantiscono sempre la nostra comunione. Lo testimoniano le fatiche di tante famiglie in cui le persone sono vicine fisicamente e molto distanti tra loro. Ecco perché lo stile con cui vorremo anche noi affrontare la questione, dovrà essere improntato ad una gioiosa carità, per non chiudere il cuore nostro e quello dei fratelli all’opera di Dio.

Concludo con un piccolo contributo alla nostra riflessione: qual è il nostro territorio? Ricordo che in uno dei primi incontri tenuti al Casone dopo la morte di don Pietro, commentavamo il testamento alle comunità sottolineando la necessità di essere nel mondo senza essere del mondo. C’è una appartenenza che definisce la nostra vita più del luogo di provenienza o abitazione. Di dove sei? “Il mio Regno non è di questo mondo” (Gv 18,36). Spesso Gesù ha educato i suoi discepoli su questo punto: “Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma vi ho scelti io dal mondo, per questo il mondo vi odia” (Gv 15,19). La nostra appartenenza ad un territorio è subordinata all’appartenenza a Dio e ai fratelli. Perciò Gesù ha chiamato i suoi discepoli perché stessero con Lui e anche per mandarli (cfr. Mc 3,14-15). Hanno vissuto tre anni in sua compagnia e sono partiti per fare di tutti i popoli la Famiglia di Dio. È questa la nostra comune missione, ciascuno per la sua parte.

Siamo nel mondo, ma non del mondo. Fondamento della nostra appartenenza non è il mondo, ma il Regno dei cieli. Relativizzare il territorio non significa disprezzarlo: è una consapevolezza che aiuta il mondo a riconoscere la sua radice e la sua chiamata al Regno di Dio. “A quanti lo hanno accolto ha dato il potere di diventare Figli di Dio” (Gv 1,12).

Come una comunità si rapporta con il territorio? Come il territorio rappresenta un bene per la comunità? Quando il vivere insieme diventa un ostacolo? Come vivere la comunità anche nella distanza? Sono domande alle quali anche noi sacerdoti abbiamo cercato di dare risposta, attraverso le due forme complementari di comunità: quella di residenza e quella di amicizia.

Come chiediamo spesso ai sacerdoti di aiutare le famiglie ad essere comunità e le comunità ad essere famiglia, così chiedo alle famiglie di convincere tanti sacerdoti che è bello proporre anche all’interno delle loro parrocchie l’esperienza delle comunità. È questo un bene grandissimo. Lo crediamo tutti. Oggi siamo chiamati a riscoprirlo, ad amarlo e a presentarlo con semplicità e carità a molti.

Infine vi invito tutti ad un appuntamento che vivremo a Reggio Emilia il 5 Gennaio in occasione del centenario della nascita di don Pietro. Mi è stato chiesto in quell’occasione di proporre una riflessione sull’attualità del carisma del nostro fondatore. Desidero offrire tale contributo come parte integrante del nostro cammino di quest’anno. Sarà quella anche la sede nella quale il Centro Studi Don Pietro Margini, grazie soprattutto al lavoro di Maria Spaggiari, presenterà un’opera straordinaria: verranno pubblicati tutti i manoscritti di don Pietro. Assieme ai quaderni già pubblicati online, che saranno disponibili in versione cartacea, sono stati rinvenuti in modo provvidenziale anche gli archivi, gentilmente messi a disposizione da Gabriele Beltrami, nei quali don Pietro aveva raccolte tutte le fonti (articoli di riviste, giornali, fotografie…) alle quali ha attinto per le sue meditazioni. Si tratta di più di 300 cartelle, all’interno delle quali comparivano preziosi ed abbondanti appunti manoscritti. Le due opere saranno disponibili a tutti a partire da quella data.

Grazie.

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