Riflessione di don Antonio Marini per il S. Rosario delle Famiglie il 17 febbraio 2018

Riflessione di don Antonio Marini per il S. Rosario della Associazione di Famiglie di sabato 17 febbraio 2018 al Gazzaro

Da pochi giorni abbiamo iniziato la Quaresima con il rito delle ceneri, segno che è stato imposto sul nostro capo come richiamo penitenziale perché i cuori si aprano all’unico amore che può elevarci dalla miseria umana alla gloria divina.

Gesto dal quale capiamo che l’itinerario appena intrapreso chiede di essere vissuto santamente, cercando di andare alla bellezza essenziale della vita cristiana, delle relazione con gli amici, della vita comunitaria, ponendo dinanzi a noi riferimenti puri e immacolati.

Ed è ciò che vogliamo esprimere con la preghiera di questa sera: il desiderio di prenderci a cuore i nostri cammini di conversione, chiedendo che sia la Madre di Dio la custode dei nostri percorsi spirituali, soprattutto nei giorni duri e aridi in cui è facile smarrire la speranza.

 

Perché è importante la presenza di Maria in questo tempo?

La liturgia quaresimale, la pietà cristiana di questo tempo, da sempre, invitano a meditare sulle “icone” della vita di Gesù che riguardano la Passione. Misteri dolorosi (che tra poco proclameremo) di fronte ai quali può sorgere una sorta di negazione come se non dovessero far parte della vita di Cristo. Il motivo del rifiuto è che la riflessione sui patimenti del Figlio ci “costringe” a meditare sulla nostra condizione fragile e mortale.

Quando questi pensieri ci assalgono, possiamo invocare Maria perché venga in nostro soccorso, così che con il suo fare dolce ci incoraggi nel cammino e nei dolori andare oltre, per aprirci alla Luce anche se invisibile sempre ci riscalda. Perciò, questa sera chiediamo alla Madonna di spronarci a crescere nella fede in Gesù, che è forza per vivere fino in fondo le situazioni che non vorremmo facessero parte nostra dell’esistenza, e vivere certi che l’amore del Padre ha già trionfato.

La Vergine, nella preghiera del Rosario, passo dopo passo ci accompagna nei misteri della Passione per scoprirli come culmine della rivelazione dell’amore e la sorgente della nostra salvezza[1].

Nella ripetizione dell’Ave Maria siamo condotti sotto la croce per penetrare nell’abisso dell’amore di Dio per l’uomo[2].

 

Ma è davvero necessario stare con Maria sotto la croce?

Ella è l’esempio di unione di vita al mistero pasquale di Gesù, e di quella sana preoccupazione di testimoniare, come dice la Salvifici doloris, che «La redenzione si è compiuta mediante la Croce di Cristo, ossia mediante la sua sofferenza»[3].

Accogliendo la redenzione nell’offerta di Gesù, stando sotto la croce assistiamo anche al momento in cui l’Unigenito affida a Maria con le parole: “Donna, ecco il tuo figlio”, che la sua maternità non si interrompa con la sua morte, ma in vista della Risurrezione venga estesa alla Chiesa di ogni tempo e di ogni luogo, fino ad arrivare a noi.

Nell’evento della croce, come a Maria è consegnata la sua missione, così ad ognuno di noi è rivelata la vocazione ad essere suoi figli disposi ad aprire le porte delle nostre case, delle piccole comunità, accogliendola come segno della consolazione divina. La sua presenza ci aiuti a ricordare che la croce, la sofferenza, la malattia, per grazia possono divenire luoghi di salvezza.

 

Come nel dolore ci si può aprire a questa luce?

Stare nella sofferenza non è facile. Pensiamo, ad esempio, quando dobbiamo accostarci ad una amico che sta affrontando la malattia di un parente o il lutto per la perdita di un proprio caro: ci sentiamo a disagio. Infatti, se da una parte vorremmo esprimere vicinanza, dall’altra vorremmo scappare per non essere inadeguati con le parole, ma anche per la paura che quel dolore ci sovrasti. Eppure sappiamo che questi sono momenti decisivi, nei quali esserci o non esserci fa la differenza. Rivolgendo lo sguardo a Maria, possiamo imparare a stare nelle situazioni “scomode”, starci con lo stesso silenzio “attivo” con il quale Ella ha sostenuto Gesù sulla via crucis. Vivendo santamente la sua maternità ha trasmesso forza al Figlio perché non crollasse sotto il peso della croce e delle ingiurie degli uomini, ma nel vigore dello Spirito portasse a compimento l’opera del Padre.

Da qui emerge una delle novità evangeliche: di fronte alla croce si sta in adorazione, davanti a certe situazioni non si può far altro che stare in silenzio. Atteggiamento che certamente è in conflitto con la nostra cultura, che non lascia spazio al silenzio. Stare in silenzio, a volte può esserci di imbarazzo, perché apre alla conoscenza intima di noi stessi e degli altri, con l’incognita di sapere o meno se saremo in grado di reggere la portata di questa conoscenza. Pensiamo quanto sia prezioso il silenzio vissuto tra marito e moglie. Silenzio efficace per l’ascolto, la disponibilità, la gratitudine, e per mettere in comunione la parte più profonda dei cuori: condividere quanto ognuno custodisce nel profondo di se stesso. Ci è dato l’onore di portare insieme all’altro il suo carico, questo significa lasciare che il dolore della persona amata trafigga la propria anima, come a Maria è stato profetizzato dal vecchio Simeone.

 

Come si può stare nella prova?

Domanda che nasce quasi spontanea guardando a tante situazioni che ci circondano e che tanti di noi vivono. Eppure la nostra (bella) fede ci aiuta a credere e a vivere che per quanto la tenebra possa essere profonda, non è duratura. Intuizione espressa anche da Tolkien, ne Il Signore degli Anelli, quando descrive l’esperienza interiore di uno dei protagonisti, Sam, che mentre è in cammino nelle terre desolate di Mordor, alza lo sguardo verso il cielo, e

«[…] vide una stella bianca scintillare all’improvviso. Lo splendore gli penetrò nell’anima, e la speranza nacque di nuovo in lui. Come un limpido e freddo baleno passò nella sua mente il pensiero che l’ombra non era in fin dei conti che una piccola cosa passeggera: al di là di essa vi erano eterna luce e splendida bellezza»[4].

 

Questa la possiamo definire come l’esperienza del cristiano che cerca di cogliere i semi di speranza, per vivere  santamente anche nelle prove più dure. Il discepolo come il Maestro, mite e umile di cuore, deve imparare a riporre piena fiducia nella misericordia del Padre, certo che il Signore non farà mai mancare del necessario.

Quel “necessario” lo ritroviamo nella forma di vita comunitaria che abbiamo scelto, consegnando le nostre vite nelle mani degli amici. Ecco perché la vita spirituale, seguendo i consigli del mercoledì delle ceneri (digiuno, preghiera, elemosina) si deve affinare nello Spirito ad una carità sempre più alta, accompagnandoci senza paura nei momenti di gioia, come nei momenti di ombra e di malattia. Chiediamo al Signore l’aiuto di essere per i nostri cari uno scintillio pacato che da la forza di riaccendere la speranza e ricordare la bellezza della vita in Dio.

 

Ancora una volta non possiamo non guardare al grande esempio di Maria che nel suo cuore trafitto per il dolore del Figlio non smette di essere discepola e continua a seguirlo, a sostenerlo con la sua presenza. Maria, così assiste a qualcosa di straordinario: nell’offerta della vita, il suo Figlio amato fa nuove tutte le cose[5]. La fecondità di questa sofferenza è il riscatto della nostra vita, perché come diceva in un’omelia, don Pietro Margini: «Gesù si offre per la nostra luce, per il nostro riscatto, per la nostra redenzione. In Lui è la salvezza»[6].

 

Preghiamo che il lieve sottofondo della recita dell’Ave Maria, ci accompagni nella parte più intima del nostro cuore, quella riservata all’incontro con Dio per meditare sull’opera di redenzione di quel Verbo che può guarire i nostri dolori, alleviare le nostre sofferenze, tramutare il nostro lamento in canto di lode.

Pregando il Rosario desideriamo guardare con gli occhi della Madre a Gesù, a colui che silenziosamente ha percorso la via crucis compiendo la volontà del Padre, così che nello Spirito potesse rendere luminose le nostre croci, con la sua Risurrezione trasfigurarle in porta d’ingresso per il Regno dei cieli.

 

[1] Cfr. Giovanni Paolo II, Rosarium Virginis Mariae, n22.

[2] Cfr. Rosarium Virginis Mariae, n22.

[3] Giovanni Paolo II, Salvifici Doloris, n3.

[4] Tolkien J.R.R., Il Signore degli Anelli, VI.2, p. 206.

[5] Cfr., Apocalisse 21,5.

[6] Mons. Pietro Margini, Omelia, Festa presentazione al tempio, 2 febbraio 1973.

 

Scarica o stampa il testo in pdf qui: LINK


(Nell’immagine è raffigurata la Madonna del S.Rosario di Pompei)

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