VI Domenica del tempo ordinario Anno B – omelia di don Pietro Margini, 1988

VI Domenica tempo ordinario Anno B

Le parole di don Pietro Margini (1917-1990), omelia del 1988

Lv 13,1-2. 45-46; 1Cor 10,31-11. 1; Mc 1,40-45.

“Il lebbroso lo supplicava in ginocchio”; forse, non riusciva nemmeno a stare in piedi. La malattia lo consumava. E di colpo ottiene la guarigione: istantanea, perfetta. La potenza di Gesù è grande, e non è venuta meno. Basta andare da Lui, andare da Lui con umiltà, in ginocchio; andare da Lui con grande fede.
Alle volte abbiamo paura a chiedere, abbiamo paura a chiedere molto. Abbiamo paura di pronunciare la parola: “Signore, io voglio diventare santo”. Ci sembra un’esagerazione, ci sembra che non potremo mai essere quello che Lui ci ha comandato di essere e che l’apostolo ci ricorda: “Egli ci ha predestinati ad essere santi e immacolati al suo cospetto” (cfr. Ef 1,4). È perché manchiamo di fede, è perché sottovalutiamo il suo amore. Egli ci ama tanto, di un amore profondissimo, di un amore personale. Un colloquio che Lui vuole sarebbe il colloquio risolutivo.
Lui ci ama ed è pronto a mettere al servizio del suo amore la sua onnipotenza.
Dobbiamo allora credere al suo amore per noi e avere molta fede. Tutto dipende da noi, tutto dipende dalla nostra forza di abbandono. Dobbiamo abbandonarci a Lui, credere a Lui, anelare a vivere di Lui. Oh, sì! Tutto dipende dalla nostra disposizione, dal vincere la nostra pigrizia, il brutto attaccamento che noi abbiamo alla nostra mediocrità, alla nostra forma antipatica di indolenza: sempre uguali, con qualche sporadico tentativo; sempre uguali perché vogliamo essere sempre uguali. La nostra carità resta sempre così, e non amiamo Dio come dobbiamo, e non amiamo il prossimo come noi stessi, e non ci diffondiamo in quella disponibilità che è senza dubbio la condizione senza la quale non si opera il miracolo.
Mercoledì cominciamo la Quaresima, e dobbiamo cominciarla in queste disposizioni perché avvenga il miracolo, perché avvenga la nostra vera conversione, il nostro cambiamento.
Sentiamo, attraverso la parola ammonitrice della Chiesa, la responsabilità di una Quaresima. Poniamoci allora in quelle buone disposizioni di preghiera, di penitenza e di carità.
Disposizioni che occorrono perché risolviamo un po’ meglio la nostra preghiera; perché abbiamo il coraggio di dominare noi stessi e di accogliere la penitenza che è forza liberatrice; perché possiamo essere più caritatevoli e più disposti agli altri, soprattutto a quelli che più soffrono e più tribolano. Insomma una vera risurrezione per poterci incontrare in verità con Lui il giorno di Pasqua.
Dinamismo, fortezza, slancio, entusiasmo!
Non dobbiamo andare incontro alla Quaresima passivi, indifferenti, svogliati. Dobbiamo, da mercoledì, attivare tutte le nostre energie, tutto lo slancio del nostro cuore e potere così veramente lodare e benedire il Signore ed essere proprio persuasi che la nostra malattia ha bisogno del medico, che la nostra malattia ha bisogno di Gesù e che noi davvero possiamo guarire.
don Pietro Margini

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