Vangelo Mc 1, 7-11
Tu sei il Figlio mio, l'amato: in te ho posto il mio compiacimento.
Dal vangelo secondo Marco
In quel tempo, Giovanni proclamava: «Viene dopo di me colui che è più forte di me: io non sono degno di chinarmi per slegare i lacci dei suoi sandali. Io vi ho battezzato con acqua, ma egli vi battezzerà in Spirito Santo».
Ed ecco, in quei giorni, Gesù venne da Nazaret di Galilea e fu battezzato nel Giordano da Giovanni. E, subito, uscendo dall'acqua, vide squarciarsi i cieli e lo Spirito discendere verso di lui come una colomba. E venne una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio, l'amato: in te ho posto il mio compiacimento».
Ritorna di grande attualità il dibattito sull’etica e sulla modernità. Il rapporto tra la Chiesa e il mondo, già oggetto di tante suggestive riflessioni, si pone oggi come urgente. Il Vangelo ci propone una sproporzione tra Gesù e Giovanni il Battista.
Cosa chiedere di più ad un uomo che vive di nulla, nel deserto, ed invita a cambiare vita, a diventare retti e a fare penitenza? Per quanto possa apparire lontana, la voce della coscienza collettiva è necessaria per mantenere sveglia e preservare dalla disfatta ogni civiltà. Testimoni credibili come Giovanni Battista sono cercati ed ascoltati più di quanto non sembri.
Ma non basta questo a traghettare l’uomo fuori dai confini dei suoi ambiziosi quanto miopi privilegi. Anche l’invito a moderare le proprie passioni e a riconoscere i propri errori è acqua fresca se non conduce ad un orizzonte nuovo di vita.
Oggi, come nel passato, ci si chiede perché la Chiesa sia così insensibile alle sollecitazioni della modernità. Perché non si adegua, perché non modifica le sue anacronistiche pretese che appaiono fuori dalla portata dei comuni mortali. Perché non si aggiorna.
Non mi convince appieno il diffuso ritorno al passato nella ricerca di Dio, rivendicato come comprensibile contrappeso al disprezzo delle devozioni popolari e persino dei sacramenti; ma “Colui che viene dopo di me è più forte di me” non significa idolatrare semplicemente ogni novità. Anche la Chiesa, che vive in Occidente una diffusa stanchezza e indifferenza riguardo alla fede, si interroga. Il mito della tradizione come quello del progresso sono cieche rappresentazioni di una realtà che non ci appartiene nel presente. In cosa possiamo credere, oggi, in chi possiamo sperare? E ancora, cosa pensa Dio dell’uomo? Per quanto ci sforziamo di adattarlo alla nostra misura, è proprio il Vangelo che ci offre la chiave della sproporzione tra le nostre istanze e la voce di Dio.
“Tu sei il Figlio mio, l'amato: in te ho posto il mio compiacimento”. La misura dell’uomo è ricalibrata in Gesù che è testimoniato dal Padre come suo Figlio, l’amato.
Per quanto disprezzata e misconosciuta non da oggi, la testimonianza di uomini e donne che credono a questa misura rappresenta una viva speranza. È profeta chi vive offrendo la sua verginità come risposta di appartenenza a Dio più che al mondo; è motivo di speranza la fedeltà di chi crede che il Matrimonio è segno dell’amore di Dio; è un vento fresco di novità chi vive la povertà come libertà da se stesso e dalle cose, dall’opinione alla moda e dai giudizi della gente.
Apprezzo molto la moderazione, da qualunque parte venga, così come sono profondamente convinto della necessità del dialogo tra le persone per non cadere in oscuri fondamentalismi. Tuttavia la fede in Gesù come vero Figlio di Dio presenta ad ogni uomo una prospettiva irriducibile alle misure del buon senso.
La domanda non sarà semplicemente: come può la Chiesa adeguarsi ai criteri del nostro tempo, ma che cosa il Vangelo può dire all’uomo di oggi. Ogni civiltà, anche la più evoluta, rischia di irrigidirsi su di sé come misura dell’uomo e del suo progresso. E così implode. A Gesù, a cui è rivolta la parola di Dio “Tu sei il Figlio mio” capiterà certamente di navigare nel mare tumultuoso dell’incomprensione, ma nessuno gli toglierà l’intima gioia di essere “l’amato”.
È consolante seguirlo e scoprire che il Padre ama nei suoi amici ciò che ha amato nel Figlio suo.