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Con i giovani per diventare giovani – I nuovi responsabili Pietro e Bernadette si presentano al MovGiovani!

CON I GIOVANI PER DIVENTARE GIOVANI

Iniziare un nuovo cammino di responsabilità nel Movimento Giovani significa farlo con trepidazione ed entusiasmo, ma anche con una certa dose di timore e di inadeguatezza. «Arriviamo quasi da inesperti e con una certa età sulle spalle… ci dovrete aiutare!», confessano con semplicità i nuovi responsabili, Pietro e Bernadette, unendo il loro grazie a quello già espresso da Corrado. Un ringraziamento innanzitutto a tutti coloro che, negli anni, hanno costruito e fatto crescere quella «meravigliosa opera» che è il Movimento Giovani; un grazie particolare a Luca Bertolani e a don Gigi Lodesani per il servizio svolto con il desiderio che possano continuare ad accompagnare e sostenere questo nuovo inizio. E poi la gioia per la presenza di don Domenico, con cui hanno già condiviso un tratto di strada e verso il quale nutrono grande affetto e stima.

Proprio pensando al rapporto con i giovani, torna alla memoria una frase di San Giovanni Paolo II pronunciata al termine della veglia di Tor Vergata nel 2000: «C’è un proverbio polacco che dice: “Kto z kim przestaje, takim się staje”. Vuol dire: se vivi con i giovani, dovrai diventare anche tu giovane. Così ritorno ringiovanito». È un augurio che sentono rivolto anche a loro: vivere accanto ai giovani per lasciarsi continuamente rinnovare da questo incontro.

Nel momento in cui iniziano questo servizio, emerge il desiderio di condividere anzitutto ciò che ha abitato il loro cuore durante la preparazione a questo nuovo cammino. Un cammino che si inserisce nel tema proposto quest’anno all’intera associazione Familiaris Consortio: «Abbiamo condiviso tutto. Chiamati all’evangelizzazione». Una chiamata che riguarda da vicino tanto gli educatori quanto gli adulti e che invita a interrogarsi sul senso del proprio essere comunità e sulla responsabilità di ciò che si è ricevuto.

A illuminare questa riflessione è stata anche una recente esperienza vissuta in Madagascar, insieme ad alcune famiglie amiche. Un viaggio che non è stato soltanto uno spostamento geografico, ma l’ingresso, come raccontano, in «un altro mondo». Il confronto con una situazione di povertà estrema e con bisogni primari ha avuto l’effetto di semplificare improvvisamente ciò che nella vita quotidiana appare spesso complesso: i beni, la sicurezza, il lavoro, l’uso del tempo. Di fronte a quella realtà sono tornate con forza alcune domande essenziali: a che cosa siamo davvero chiamati? Per cosa vale davvero la pena vivere? Il rischio, infatti, è quello di trascorrere la vita nel tentativo di proteggerla. Si cercano sicurezze lavorative, economiche, affettive; si prova a preservare ciò che si possiede e a costruire intorno a sé una condizione sempre più stabile. Ma proprio questa continua ricerca di protezione può finire per impedire la cosa più bella: donare la propria vita.

L’esperienza maturata negli anni conferma invece una costante: ogni volta che si apre il cuore per donare la vita e vivere la fraternità, il Signore si fa presente. È la logica evangelica richiamata dalle parole di Gesù: «Quale vantaggio avrà l’uomo se guadagnerà il mondo intero ma perderà la propria vita?». La vera strategia per non perdere la vita, allora, è proprio quella di non trattenerla per sé.

In questa prospettiva, donarsi diventa anche un cammino educativo. Significa imparare a riconoscere la ricchezza che ciascuno porta con sé e, nello stesso tempo, scoprire di essere stati per primi amati, di essere figli bisognosi del Padre e dei fratelli. Donarsi non significa semplicemente rinunciare, fare fatica o rischiare di restare svuotati: è piuttosto la strada attraverso cui la vita può diventare pienamente se stessi.

I tre pilastri della spiritualità che caratterizza il movimento Familiaris Consortio indicano in questo senso una direzione precisa: consacrazione, comunione e diaconia.

La consacrazione richiama innanzitutto la vita di grazia e la cura del rapporto intimo con il Signore. Lui deve avere la primizia della giornata e delle azioni, perché è Lui il senso di tutto ciò che viene fatto.

La comunione, invece, è lo stile e la via attraverso cui si fa esperienza di Dio. Ma proprio per questo non può diventare un luogo nel quale «impantanarsi». Le storie, le età e i luoghi sono diversi e non si è chiamati necessariamente a vivere tutti le stesse esperienze, né ad andare bene a tutti a ogni costo. L’amicizia autentica non nasce per appagare se stessi o per costruire un luogo comodo nel quale rifugiarsi. È un’amicizia che, anche nella diversità, permette di riconoscere il volto di Cristo e rimette in movimento, spingendo a donare la propria vita.

Ed è qui che la comunione si apre naturalmente alla missione. Se la fraternità non sviluppa un autentico fuoco missionario, rischia infatti di ridursi a qualcosa di semplicemente psicologico e rassicurante, a un porto sicuro nel quale rifugiarsi quando si è stanchi. Ma non è questa l’amicizia alla quale chiama il movimento Familiaris Consortio.

Da un cuore innamorato, che ha fatto esperienza di Dio, nasce la diaconia, cioè la missione. In Madagascar Pietro e Bernadette hanno potuto toccare con mano come l’amicizia possa rendere ancora più ricco e fecondo l’impegno, originale e completamente gratuito, dei sacerdoti missionari. Condividere la vita con amici a cui raccontare ciò che si vive, a cui chiedere un parere o da cui accogliere una riflessione allarga il cuore della missione e rinfranca l’animo. È stata particolarmente commovente la loro accoglienza, racchiusa in una frase semplice e sorprendente: «Da 8 anni vi aspettavamo!».

Durante il viaggio, con i sacerdoti amici hanno semplicemente condiviso la vita: hanno pregato, riflettuto, parlato e anche trascorso del tempo insieme, divertendosi. Un’esperienza che ha mostrato come, nella gratuità dell’amicizia e della condivisione, la missione possa diventare ancora più bella e generativa.

È nella reciprocità che il carisma può così risplendere pienamente. Ma la reciprocità chiede anche di scomodarsi, di compiere scelte concrete sul modo di utilizzare il proprio tempo, di vivere le vacanze e di mettere a disposizione i propri beni, perché la comunione possa essere realmente vissuta e non soltanto predicata. L’esperienza del Madagascar e la missione dei sacerdoti richiamano in modo radicale, quasi provocatorio, alla gratuità del dono: donare senza attendersi alcun contraccambio.

Da qui nasce anche la domanda decisiva per il nuovo cammino: a chi siamo mandati? Dove dobbiamo portare il dono che abbiamo ricevuto?

Come educatori, i primi destinatari sono i giovani e i ragazzi affidati loro. Per loro non si desidera una struttura semplicemente comoda o ripiegata su se stessa, ma una casa capace di accompagnarli nella scoperta della propria vocazione e del senso profondo della loro vita.

È questo, in fondo, il cuore dell’esperienza educativa: non semplicemente organizzare attività o costruire appartenenze, ma aiutare ciascun giovane a diventare amico di Gesù e a comprendere sempre più chiaramente la propria vocazione. Un desiderio espresso anche nelle parole che Umberto Roversi rivolgeva agli educatori: «Ci interessa che voi, attraverso il Movimento Giovani, diventiate amici di Gesù e arriviate a capire sempre meglio quella che è la vostra vocazione».

È da qui che può partire il nuovo cammino: dalla consapevolezza di aver ricevuto un dono, dalla scelta di non trattenerlo per sé e dal desiderio di condividerlo con i giovani, nella comunione e nell’amicizia, perché la vita ricevuta possa diventare vita donata.

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