36° anniversario Mons Pietro Margini, Chiesa dei santi Lazzaro e Vincenzo de Paoli, Piacenza – Omelia don Luca Ferrari

8 gennaio 2026, XXXVI anniversario della morte di don Pietro Margini

Chiesa dei santi Lazzaro e Vincenzo de Paoli, Piacenza

Trascrizione omelia don Luca Ferrari

«In questi 36 anni dalla morte di don Pietro, queste letture spesso accompagnano la ricorrenza che stiamo celebrando e sempre più chiaramente mi sembrano descrivere quanto abbiamo visto in lui e con lui. Non si tratta, perciò, di commentare prima la parola di Dio e poi le vicende che ci riguardano; come sempre, la parola di Dio illumina esattamente ciò che noi siamo e viviamo. La scena rimanda a un contesto che anche noi oggi conosciamo: tante persone che sono come sperdute. Lo vediamo di fronte agli avvenimenti che ci riguardano in questi mesi, ma sempre più evidentemente questo atteggiamento sta emergendo con consapevolezza. Chi ci può sfamare, chi ci può dare quello che cerchiamo, se forse nemmeno noi sappiamo bene che cosa cerchiamo? Eppure, nell’incontro con Gesù, spesso si aggregano persone che, rapite dalla sua presenza, lo seguono, dimenticandosi di tutto, persino di mangiare o di dormire. Ed è così che si rendono conto, a un certo punto, di trovarsi in un luogo deserto senza poter soddisfare anche le esigenze più elementari.

In questo contesto emerge con forza la domanda e il metodo di Gesù: “E adesso cosa facciamo? Ci hanno seguito, ci troviamo qui. Chi darà loro da mangiare”; e Gesù chiederà loro: “Date voi stessi da mangiare”. Una risposta spiazzante perché nella maggior parte dei casi sappiamo attirare l’attenzione con scenari spaventosi, ma quando è ora di dare risposte siamo senza parole. Siamo noi per primi spaesati: cosa cercano le persone? Cosa cercano i ragazzi, gli adulti, le famiglie, gli anziani? Ed è più comodo dire “ognuno provveda per sé”, suggerendo di andare a procurarsi qualcosa, specialmente oggi dove chi cerca di dare risposte si espone a non poche indagini. Eppure Gesù sa quello che dice: “Che cosa avete?”. Ecco, mi fermo qui perché effettivamente quelle folle le abbiamo viste.

C’era un sacerdote che, in particolare negli ultimi anni ma in tutto il corso della sua vita fin da giovanissimo, era costantemente cercato e seguito da giovani, sposi, famiglie e malati, al punto che tutta la sua vita era praticamente sequestrata nell’ascolto di queste persone e nell’insegnare loro molte cose, soprattutto portandole al Signore con un insegnamento davvero impressionante e infaticabile. Il segreto, evidentemente, è la sua santità, perché non si tratta semplicemente di mettere in moto dei meccanismi che fanno stare bene le persone e le rimandano a casa sazie: se non sei tu pieno, non puoi dare nulla a chi incontri.

Questa ricerca, questo continuo andare, era così impressionante che le persone si mettevano in fila per molto tempo. Tutte le sere andavano a prendere il posto per poterlo almeno incontrare per una confessione, e in tutte le giornate diverse persone non riuscivano a poterlo incontrare. Ricordo un aneddoto che ho raccontato nel processo di beatificazione: mentre ero in fila — e fortunatamente ero tra i privilegiati essendo seminarista e sapendo che non avevo molto tempo di stare lì — lui mi accoglieva subito. Solitamente scendeva dalla sua camera per entrare nello studio, poiché i suoi spostamenti erano limitati tra la canonica e la chiesa, dato che ormai non poteva quasi più muoversi. Una volta si è spinto fino alla sua porta di casa per guardare fuori dalla finestra; era un gesto talmente insolito che aveva suscitato stupore in chi lo guardava, quasi a dire “ma come, sta perdendo tempo?”, era talmente insolita la scena che lui rispose con un sorriso: “Cosa c’è?” … come dire “Non si può nemmeno arrivare alla porta?”. Questo era il flusso di persone che lo cercavano e attendevano da lui di essere ascoltate e di ricevere una parola che illuminasse.

Così avveniva anche a Gesù e ai suoi discepoli, che spesso non riuscivano più nemmeno a mangiare o dormire per la folla. Ebbene, è chiaro che questa ricorrenza ci riporta nel cuore di un dono e di una responsabilità che abbiamo riconosciuto: conoscere un santo significa davvero intravedere vicino a noi il Signore. Don Pietro ha vissuto nel cuore della Chiesa, nel fermento del Concilio Vaticano II, guardando avanti e accogliendo e abbracciando in particolare due scenari. Primo: quello di una Chiesa che non fosse dei preti. Nella sua parrocchia sono nati i primi diaconi consacrati dopo il Concilio, dopo secoli in cui la Chiesa non aveva più il diaconato permanente. Tra questi c’era anche mio padre; era arrivato ad avere 13 diaconi ma ne avrebbe voluti ancora tanti, cioè persone che hanno vissuto tutta la vita assieme alla loro famiglia nel servizio della Chiesa e dei fratelli. Insomma, quello che oggi la Chiesa chiama sinodalità, ovvero il modo con cui insieme si vive la Chiesa, ciascuno col proprio dono e riconoscendo, anche nella propria debolezza, in ogni vocazione una chiamata alla misura alta della vita cristiana.

Potremmo leggere così l’invito di Gesù: “Date voi stessi da mangiare”. Significa letteralmente “offrite voi il cibo” ma San Giovanni ci richiama in questa stessa luce a vedere nel pane che i discepoli distribuiscono il segno del corpo e sangue di Gesù: Gesù dona se stesso e chiede ai discepoli di fare lo stesso. Significa letteralmente: date da mangiare voi stessi, siate lievito, siate segno nel mondo che il Signore è presente. Don Pietro ha dato veramente tutto fino all’ultimo soffio di voce che alla fine era difficile sentire, fino all’ultimo respiro. Una esagerazione? A me piace vederla così: un sano realismo. Il cristiano fa delle affermazioni enormi: quando diciamo “questo è il mio corpo” è una enormità, “io ti battezzo” è una enormità, “io ti assolvo”. O questa cosa è vere o la più crudele delle prese in giro. Ho trovato in lui un uomo vero che ha preso sul serio in cui credeva e ha vissuto: perciò  lo ha trasmesso nella sua più elementare verità.

Non gli mancava la cultura o lo studio e l’aggiornamento quotidiano, ma non nella postura di un insegnante, quanto quella di un padre e di una madre che, per nutrire i figli, sentiva l’esigenza di mettersi in ascolto, in ricerca; lasciava che il Signore lavorasse il suo cuore perché fosse capace di tanto amore quanto ne occorre per accogliere tutti.

La seconda cosa: intravide ben presto, forse già fin dai tempi del seminario quando ancora  sembrava lontanissimo quello che stiamo vivendo oggi, la profonda crisi che avrebbe segnato la famiglia e – di conseguenza – la fede, perché la famiglia era il luogo dove con il latte materno si imparava a riconoscere il Signore che nutre. Si dedicò pienamente perché i giovani e gli sposi riconoscessero nel matrimonio il luogo dove il Signore non solo abita, ma si diffonde, si manifesta nel suo dono. È per questo che è rimasto spesso con lo sguardo alla radice di questo mistero dal quale fiorisce tutto quell’atteggiamento quotidiano di chi, riconoscendo il Signore presente, lo vuole vivere, amare non per primo ma perché il Signore stesso per primo ama gli sposi, ama i fidanzati così come ama i sacerdoti. Vide, come descrive il Vangelo di oggi, che non si può essere presenti ovunque ogni giorno, vide che le famiglie avevano bisogno di una rete quotidiana di relazioni nelle quali la fede si accrescesse; ecco le comunità di famiglie “li fece sedere a gruppi di 50 e di 100”. Pensò alle comunità di famiglie come a un luogo dove nessuno rimane da solo e dove insieme si può fare del bene per gli altri. Ogni persona, ogni famiglia, ogni comunità aveva così la sua vocazione per la missione nella Chiesa e nel mondo. Vogliamo unirci questa sera perché siamo frutto di questo dono, affinché l’albero nel quale il Signore ci ha inseriti continui a germogliare e a fruttificare ancora oggi.»

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