Esequie Romano Onfiani
Sant’Ilario d’Enza, 12 gennaio 2026
Commiato – Marco Reggiani
Mi unisco a nome di tutto il movimento Familiaris Consortio al ringraziamento per la vita, il servizio, e la testimonianza del nostro caro Romano.
Si adattano a lui le parole della lettera agli Ebrei: “Ricordatevi dei vostri capi, i quali vi hanno annunciato la parola di Dio. Considerando attentamente l’esito finale della loro vita, imitatene la fede” (Eb 13,7).
In che cosa possiamo farci imitatori?
Intanto nella fedeltà alla vocazione.
La parola, “capo”, che don Pietro stesso gli ha lasciato come compito e vocazione, Romano l’ha accolta con piena responsabilità e serietà, ma anche con una leggerezza e una pace invidiabili.
Diceva che la busta con la lettera testamentaria, consegnatagli alla morte di don Pietro, gli pesava, gli “bruciava” in tasca: non l’ha potuta aprire subito perché doveva terminare le incombenze che gli competevano in quei momenti. Al contrario invece, il compito in sé – cioè guidare questa nuova realtà ecclesiale – sembrava non pesargli: “Ho dormito bene!”, usava dire, anche dopo giornate di fuoco o riunioni notturne estremamente deludenti.
Ha interpretato questa sua vocazione nella prospettiva della “fedeltà ad un unico ideale”.
Come si fa a essere fedeli a un’ideale, cosa vuol dire conservare l’identità di una realtà, in un mondo sempre più complesso, che perde improvvisamente le sue caratteristiche e che ne assume di nuove sempre cangianti?
Sul doppio registro della fedeltà all’ideale e del cambiamento possiamo ammirare l’eredità di Romano e del suo servizio, senza nascondere che proprio su questo terreno non sono mancate prove, incomprensioni, ostacoli e battute di arresto.
L’unità delle comunità e del Movimento era al centro delle sue preoccupazioni, dei suoi pensieri e anche del suo quotidiano lavoro.
Dopo ogni evento ci si trovava per fare un bilancio. Immancabilmente chiedeva: hai visto chi mancava? Questa domanda ne sottintendeva un’altra: abbiamo fatto il possibile perché fossero presenti tutti?
Altre volte capitava di ritornare a casa a tarda notte, dopo riunioni accese e talvolta burrascose; salivamo in macchina con la voglia di continuare a dibattere, a discutere, per trovare una soluzione … Ma subito arrivava la sua richiesta: “Diciamo il rosario?”.
Come a dire: da qui in avanti ulteriori parole non farebbero che del male, non farebbero che dividere. Affidiamo tutto alle mani di Maria.
Il capolavoro di unità di Romano è la sua famiglia. Pensando a lui e alla sua sposa mi tornano alla mente le parole della benedizione invocata sugli sposi nel rito del matrimonio:
Sia feconda la loro unione, diventino genitori saggi e forti e insieme possano vedere i figli dei loro figli. E dopo una vita lunga e serena giungano alla beatitudine eterna del regno dei cieli. (Dal rito del Matrimonio).
Romano ha amato profondamente la Chiesa, quella Universale e quella locale, che ha servito con grande generosità e competenza per molti anni. Ha amato e onorato tutti i ministri della Chiesa, riservando ai sacerdoti del Movimento che man mano vedeva crescere in numero, età e grazia i suoi sentimenti più caldi di paternità e di affetto.
Con la guida di don Pietro, e insieme a tanti amici, ha anticipato le intuizioni del Concilio Vaticano II sul ruolo dei laici nella vita e nella missione della Chiesa. È stato protagonista ed è stato capace di rendere molti protagonisti, soprattutto i giovani ai quali ha dato fiducia e non ha fatto mai mancare il sostegno.
Ai suoi occhi tutti erano degni di stima: negli altri vedeva i pregi, e sapeva valorizzare le qualità, anche in questo buon allievo di quel maestro che è stato don Pietro.
È stato un amante appassionato di tutti gli aspetti della vita, e ha saputo gustarne tutto il buono, fino alla fine. Risuonano le parole rivolte agli antichi padri: “morì e si riunì ai suoi antenati, vecchio e sazio di giorni” (Gen 35,29).
Per questo e per tanto altro che in questi giorni affolla il nostro cuore di commozione e la nostra memoria di ricordi, rendiamo grazie al Signore.
“Ricordatevi dei vostri capi, i quali vi hanno annunciato la parola di Dio. Considerando attentamente l’esito finale della loro vita, imitatene la fede” (Eb 13,7).
Carissimo Romano, ora “non cambierà che il modo di lavoro”: stai vicino a tutti noi, ai giovani, alle famiglie, ai sacerdoti, alle consacrate, continua a sollecitarci con la tua paterna e dolce saggezza.
Il Signore, in compagnia di Ernestina, di don Pietro, di Lola e Mariachiara la cui immagine era appesa sopra il tuo camino, insieme a tutti gli amici che ci precedono nel suo abbraccio, ti accolga con le parole della parabola dei talenti: “Servo buono e fedele … prendi parte alla gioia del tuo padrone” (Mt 25,21)
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