Esequie Romano Onfiani
Sant’Ilario d’Enza, 12 gennaio 2026
Omelia
Dopo il battesimo, dopo l’investitura dal cielo, Gesù chiama i suoi primi discepoli: saranno per sempre testimoni e strumenti della grazia di Dio per tutti gli uomini.
La vocazione, proprio perché si colloca all’inizio del cammino di una vita, non riguarda soltanto il passato, ma anche il presente e il futuro.
Cosa saremmo oggi se non avessimo fatto certi incontri, se non avessimo accolto determinati inviti? Se avessimo rifiutato, o risposto in modo diverso?
In fondo, questa domanda è inutile: la vocazione e la risposta plasmano la nostra vita.
Tutti abbiamo una vocazione che appartiene a Dio, dentro l’unica storia della salvezza.
Alcuni, attraverso il servizio che il Signore affida loro, modellano i doni ricevuti fino ad assumere una fisionomia che li segna in profondità: chiamiamo questa esperienza “consacrazione”.
Il primo incontro significativo di Romano con don Pietro Margini avvenne in occasione della improvvisa e dolorosa scomparsa del suo papà: da quel momento considerò di aver perso il padre naturale, acquistando un padre spirituale. La chiamata più sorprendente per Romano arrivò in modo inatteso, attraverso un biglietto postumo di don Pietro: il suo testamento “Alle comunità”, indirizzato proprio a lui.
Fino ad allora Romano era stato uno dei figli spirituali, un collaboratore fedele, legato da reciproca fiducia e generosità nell’impegno apostolico, spesso dietro le quinte, senza la visibilità riservata agli educatori o ai ministri istituiti e ordinati.
Don Pietro gli affidò la responsabilità della comunità generata dallo Spirito attraverso il suo sacerdozio.
Il passaggio dalla guida di un fondatore a quella di un successore è sempre delicato. In questo caso fu reso possibile dall’indicazione esplicita dello stesso don Pietro.
Sono stato tra i primi a condividere lo stupore di quelle parole: «Vi lascio come capo Onfiani Romano. Ubbiditegli. Va bene lui.»
Come tutti, anche Romano si è interrogato sul perché di quella scelta, ma senza perdersi in ripiegamenti sterili. Essere laico, libero da vincoli istituzionali, lo ha aiutato a guidare una comunità vivace, profondamente segnata dalla figura carismatica del fondatore.
Occorreva discernere quale forma avrebbe assunto quella realtà che alcuni pensavano destinata a dissolversi con la partenza di mons. Margini.
Don Pietro si è fidato di lui e gli ha consegnato l’eredità più preziosa del suo cuore: le comunità.
Un’espressione rende bene la natura non effimera di quella chiamata: «Voi siete il nuovo, vero ordine religioso dei tempi moderni.»
Con la chiamata, il Signore dona anche la grazia.
Romano ha colpito tutti per la carità con cui ha allargato il cuore all’amore per ciascuno, perché fossimo una cosa sola, secondo il mandato di Gesù.
Le sue gioie sono state le nostre; le sue sofferenze, le nostre sofferenze.
La prima lettura di oggi ci presenta un cuore sensibile, quello di Elkanà: in esso possiamo riconoscere tratti profondi dell’animo di Romano. L’ho visto forte e sereno anche nella prova, nelle incomprensioni e nelle tensioni. Accoglienza e passione per l’unità hanno caratterizzato il suo servizio, sempre cordiale.
Fin dall’inizio ha ascoltato con coraggio lo Spirito, dando forma anche giuridica alla comunità generata da un santo sacerdote. Ogni famiglia e ogni comunità hanno trovato unità attraverso la sua persona, dentro il Movimento suscitato dal Signore.
Abbiamo imparato a riconoscere uno stile fatto di ascolto e di intuizioni originali, non sempre comprese, ma decisive nei momenti più delicati del discernimento e del riconoscimento ecclesiale.
Mentre Romano esalava l’ultimo respiro, il Santo Padre Leone XIV si rivolgeva a quanti avevano lavorato per il Giubileo della Speranza con queste parole: «Quanto bene c’è nel mondo! Voi ne siete la prova. Grazie, grazie davvero!»
E citando sant’Agostino ricordava che la speranza è ciò che sostiene il cammino del pellegrino: senza di essa, il viaggio si interrompe. Queste parole si adattano bene anche a Romano: si cammina serenamente quando chi guida custodisce la speranza. È uno dei doni più preziosi per chi ha responsabilità.
Abbiamo potuto così conoscere e apprezzare la sua umanità e la sua grazia, sostenute con discrezione e forza dalla sposa, alla quale è rimasto sempre teneramente e indivisibilmente legato. Con lei ha condiviso l’affetto, la stima e la fiducia nei figli e nei nipoti che hanno contribuito in generosa unità alla dedizione di tutta la famiglia al servizio della Chiesa nel Movimento. Commovente è stato il sorriso con cui ci ha accolti fino all’ultimo giorno, e il suo desiderio di affetto mai nascosto.
La speranza di poter ancora toccare sua moglie, di ritrovarla, è oggi sostenuta da Gesù Cristo, che non ci ha promesso soltanto l’immortalità dell’anima, ma la risurrezione del corpo. Egli si è fatto carne perché l’uomo, anima e corpo, partecipi della vita eterna di Dio.
A Lui affidiamo i nostri cari, sempre più numerosi, che portano a compimento il disegno di Dio nella vita terrena per entrare in un nuovo e fecondo modo di servire il Regno.
Personalmente ho sperimentato la stima e l’affetto di Romano, al di là di ogni merito. La sua parola e le sue decisioni sono state per me una garanzia di fedeltà al Signore. So quanto ha amato la Chiesa, i sacerdoti, le consacrate, i giovani, le famiglie, e quanto ha desiderato servirli con tutto se stesso.
La sobrietà con cui ha vissuto è pari alla generosità con cui ha donato tutto, fino a rendere la sua vita una preghiera. Gli chiediamo ora di accompagnare dal paradiso il cammino che ci attende e ciò che il Signore vuole ancora compiere in noi e con noi.
Vorrei che oggi risuonassero l’affetto e la profondità di don Pietro, che ne aveva intuito presto il dono. Nel Cuore Immacolato di Maria diciamo insieme, semplicemente e con gratitudine:
Grazie, Romano.
“A Dio!”.
Esequie Romano Onfiani
Sant’Ilario d’Enza, 12 gennaio 2026
Introduzione – don Luca Ferrari
Nel giorno anniversario delle esequie di don Pietro, al termine del santo Rosario recitato il sabato con i suoi figli, Romano è spirato.
Questa ora, questo passaggio, ci coinvolge tutti in modo speciale, personale e comunitario, come un’unica famiglia.
Mentre entriamo nel Tempo Liturgico Ordinario, ci affacciamo insieme alla sua forma definitiva della storia di ciascuno: quella della vita eterna.
Introduzione – saluto dell’ arcivescovo Morandi (letto da don Emanuele Sica)
Gentilissimi,
desidero esprimere alla famiglia Onfiani e al Movimento le mie condoglianze per la nascita al cielo di Romano. Non l’ho conosciuto personalmente, ma ho intuito fosse una persona di grande fede perché indicata da Mons. Margini nel suo testamento alle comunità. Ringrazio il Signore per il dono della vita di Romano e per come ha accolto il compito di responsabile del Movimento per molti anni. Chiedo allo Spirito Santo di portare consolazione a tutta la famiglia e a quanti sono oggi nel lutto; mi unisco a voi nella preghiera, affinché ora Romano possa fare festa nella Gerusalemme celeste, assieme alla sua cara moglie Ernestina e il suo grande amico e padre, don Pietro Margini.
In fede.
Arcivescovo Giacomo Morandi.
Introduzione – Pietro Onfiani
Dal cuore della Chiesa innalziamo al Padre il nostro ringraziamento per il dono della vita di Romano.
Nell’entusiasmo e nella generosità della sua giovinezza, ha seguito il Servo di Dio mons. Pietro Margini, divenendone fidato e prezioso collaboratore nella cura degli interessi e del bene della parrocchia di Sant’Eulalia. Insieme alla sua sposa ha aperto la casa e il cuore a tutti.
Con umiltà e trepidazione ha accolto il mandato di don Pietro a succedergli nella guida delle comunità, che ha custodito nella fedeltà all’ideale e nella ricerca dell’unità.
Ora, nella speranza della vita eterna e della comunione dei santi, chiediamo che Romano prenda parte per sempre alla grande festa del Paradiso per intercedere per il bene di molti e perché il movimento Familiaris Consortio rimanga fedele alla propria vocazione.
Preghiere dei fedeli
- Ti preghiamo, o Padre, per l ’unità e la fedeltà della Santa Chiesa di Dio al tuo Figlio Gesù. Benedici in modo particolare la parrocchia di Sant’Eulalia, che Romano ha amato e servito; in essa ogni battezzato, secondo la propria vocazione, sia segno e strumento della tua misericordia e del tuo amore. Per questo ti preghiamo.
- Ti affidiamo, Signore, i giovani, perché sappiano ascoltare la tua voce e rispondere con coraggio e libertà alla chiamata che susciti nel loro cuore. Ti affidiamo gli sposi, perché, sostenuti dalla tua grazia, possano camminare insieme nella fedeltà e nella generosità. Ti affidiamo i sacerdoti e i consacrati: benedici il dono della loro verginità, custodiscilo nel tuo amore e rendilo fecondo per il bene della Chiesa e del mondo. Per questo ti preghiamo.
- Ti ringraziamo o Signore per il servizio dell’ autorità che doni alla tua Chiesa. In vista del rinnovo delle nomine nel movimento Familiaris Consortio, ti chiediamo di donare guide secondo il tuo cuore, perché le comunità contribuiscano ad edificare la Chiesa come Famiglia di Dio attraverso la comunione e la fedeltà all’unico ideale. Per questo ti preghiamo.
- Grati per la testimonianza di vita di tutti gli amici delle comunità che ci hanno preceduto, li affidiamo, o Padre, alla tua misericordia, perché possano godere della tua pace nella luce piena del paradiso. Per questo ti preghiamo.
- Gli amici della comunità di famiglie della Natività ti ringraziano, o Signore, per il dono di Romano, tanto prezioso per la sua generosità, la sua saggezza e la sua amicizia sincera. Ti chiedono, o Padre, di accoglierlo nella gioia del Paradiso. Per questo ti preghiamo.
- “Il vero amico lo vedi nel momento del bisogno” Grazie Romano di essere stato, insieme ad Agostino, un vero amico per il mio papà. Con grande generosità e delicatezza sei stato l’aiuto che serviva nel momento più difficile della sua vita. Mi diceva di doverti gratitudine eterna. Ora che insieme contemplate nella gioia l’Amore, aiutateci a seguire il vostro esempio. Per questo preghiamo.
- Quando incontravi Romano avevi la certezza che avrebbe usato per te parole di bene. Non avrebbe mancato di dirti che ti voleva bene e che era proprio contento di vederti, soprattutto non mancava mai di dirti che siamo proprio fortunati! Grazie Signore per averci donato un amico così, capace di guardarti con quegli occhi benevolenti che richiamano al volto del Padre, preghiamo perché anche noi sappiamo custodire un cuore puro capace di scorgere la bellezza che c’è in ciascuno.
Intervento di ringraziamento finale
Come figli desiderano ringraziare tutti gli amici che hanno accompagnato il papà negli ultimi anni. In particolare:
- Otilia, che lo ha curato con devozione, affetto, amorevolezza e tutti i giorni ha pregato con lui;
- Mauro, che con fedeltà gli ha portato il dono prezioso dell’Eucarestia;
- il dott. Bizzi e il dott. Riva, che con discrezione lo hanno assistito, accompagnandolo all’incontro tanto desiderato con il Padre.
Esequie Romano Onfiani Sant’Ilario d’Enza, 12 gennaio 2026
Commiato – Marco Reggiani
Mi unisco a nome di tutto il movimento Familiaris Consortio al ringraziamento per la vita, il servizio, e la testimonianza del nostro caro Romano.
Si adattano a lui le parole della lettera agli Ebrei: “Ricordatevi dei vostri capi, i quali vi hanno annunciato la parola di Dio. Considerando attentamente l’esito finale della loro vita, imitatene la fede” (Eb 13,7).
In che cosa possiamo farci imitatori?
Intanto nella fedeltà alla vocazione.
La parola, “capo”, che don Pietro stesso gli ha lasciato come compito e vocazione, Romano l’ha accolta con piena responsabilità e serietà, ma anche con una leggerezza e una pace invidiabili.
Diceva che la busta con la lettera testamentaria, consegnatagli alla morte di don Pietro, gli pesava, gli “bruciava” in tasca: non l’ha potuta aprire subito perché doveva terminare le incombenze che gli competevano in quei momenti. Al contrario invece, il compito in sé – cioè guidare questa nuova realtà ecclesiale – sembrava non pesargli: “Ho dormito bene!”, usava dire, anche dopo giornate di fuoco o riunioni notturne estremamente deludenti.
Ha interpretato questa sua vocazione nella prospettiva della “fedeltà ad un unico ideale”.
Come si fa a essere fedeli a un’ideale, cosa vuol dire conservare l’identità di una realtà, in un mondo sempre più complesso, che perde improvvisamente le sue caratteristiche e che ne assume di nuove sempre cangianti?
Sul doppio registro della fedeltà all’ideale e del cambiamento possiamo ammirare l’eredità di Romano e del suo servizio, senza nascondere che proprio su questo terreno non sono mancate prove, incomprensioni, ostacoli e battute di arresto.
L’unità delle comunità e del Movimento era al centro delle sue preoccupazioni, dei suoi pensieri e anche del suo quotidiano lavoro.
Dopo ogni evento ci si trovava per fare un bilancio. Immancabilmente chiedeva: hai visto chi mancava? Questa domanda ne sottintendeva un’altra: abbiamo fatto il possibile perché fossero presenti tutti?
Altre volte capitava di ritornare a casa a tarda notte, dopo riunioni accese e talvolta burrascose; salivamo in macchina con la voglia di continuare a dibattere, a discutere, per trovare una soluzione … Ma subito arrivava la sua richiesta: “Diciamo il rosario?”.
Come a dire: da qui in avanti ulteriori parole non farebbero che del male, non farebbero che dividere. Affidiamo tutto alle mani di Maria.
Il capolavoro di unità di Romano è la sua famiglia. Pensando a lui e alla sua sposa mi tornano alla mente le parole della benedizione invocata sugli sposi nel rito del matrimonio:
Sia feconda la loro unione, diventino genitori saggi e forti e insieme possano vedere i figli dei loro figli. E dopo una vita lunga e serena giungano alla beatitudine eterna del regno dei cieli. (Dal rito del Matrimonio).
Romano ha amato profondamente la Chiesa, quella Universale e quella locale, che ha servito con grande generosità e competenza per molti anni. Ha amato e onorato tutti i ministri della Chiesa, riservando ai sacerdoti del Movimento che man mano vedeva crescere in numero, età e grazia i suoi sentimenti più caldi di paternità e di affetto.
Con la guida di don Pietro, e insieme a tanti amici, ha anticipato le intuizioni del Concilio Vaticano II sul ruolo dei laici nella vita e nella missione della Chiesa. È stato protagonista ed è stato capace di rendere molti protagonisti, soprattutto i giovani ai quali ha dato fiducia e non ha fatto mai mancare il sostegno.
Ai suoi occhi tutti erano degni di stima: negli altri vedeva i pregi, e sapeva valorizzare le qualità, anche in questo buon allievo di quel maestro che è stato don Pietro.
È stato un amante appassionato di tutti gli aspetti della vita, e ha saputo gustarne tutto il buono, fino alla fine. Risuonano le parole rivolte agli antichi padri: “morì e si riunì ai suoi antenati, vecchio e sazio di giorni” (Gen 35,29).
Per questo e per tanto altro che in questi giorni affolla il nostro cuore di commozione e la nostra memoria di ricordi, rendiamo grazie al Signore.
“Ricordatevi dei vostri capi, i quali vi hanno annunciato la parola di Dio. Considerando attentamente l’esito finale della loro vita, imitatene la fede” (Eb 13,7).
Carissimo Romano, ora “non cambierà che il modo di lavoro”: stai vicino a tutti noi, ai giovani, alle famiglie, ai sacerdoti, alle consacrate, continua a sollecitarci con la tua paterna e dolce saggezza.
Il Signore, in compagnia di Ernestina, di don Pietro, di Lola e Mariachiara la cui immagine era appesa sopra il tuo camino, insieme a tutti gli amici che ci precedono nel suo abbraccio, ti accolga con le parole della parabola dei talenti: “Servo buono e fedele … prendi parte alla gioia del tuo padrone” (Mt 25,21)
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