Omelia 10 Maggio 2020, don Benedetto Usai. VI domenica di Pasqua

Omelia VI Domenica di Pasqua, 10 Maggio 2020

Commento per la Gazzetta di Reggio, don Benedetto Usai

In questo tempo così gravoso, di privazione e purtroppo per tante famiglie, anche di lutto, siamo messi di fronte alla verità della vita: quella più cruda, quella più essenziale, quella più vera.
È come se, dopo avere fatto la fatica di salire su un albero robusto, siamo costretti a discendere per il forte vento che, alzatosi, scuote con violenza la cima mettendo a rischio la nostra incolumità.
È evidente che da quello che stiamo affrontando raccogliamo anche tanta insicurezza, che prima di oggi non ci aveva ancora scosso con tanta violenza, per il nostro futuro prossimo e soprattutto per quello delle nostre famiglie, dei giovani, dei ragazzi, dei bimbi e dei tanti infermi che abitano nelle nostre case.
Possiamo, tuttavia, sostituire ai nostri occhi e orecchi da mercanti, un ascolto saggio e paziente della parola che la vita ci sta urlando: uomo, non sei Dio, stai sereno; non possiedi la soluzione a tutti i problemi e la tua vita non si può giocare per provare a risolverli, saresti sconfessato senza diritto di replica, insoddisfatto per il tuo fallimento, ansioso e scontroso per cercare di essere migliore degli altri.
Tu vali molto di più, non ti puoi accontentare di essere un bravo equilibrista, cerca piuttosto Chi ti può spiegare il significato del tuo essere bisognoso.
Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto». Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta’. (Gv 14,6-8)
Se, proprio ora, ci trovassimo insieme agli apostoli in compagnia di Gesù e ascoltassimo le stesse parole pronunciate da loro, avremmo la stessa reazione di Filippo: ‘Mostraci il Padre e ci basta’?
È davvero questo il desiderio più grande che abbiamo?
Vedere Dio, poterlo incontrare, soprattutto poterlo toccare?
Un amico affetto da una grave disabilità, convertito da poco, mi ha confidato: ‘Possiamo dire che tutta la vita di ogni uomo è proiettata a ricevere e provare amore. Sicuramente ogni uomo cerca la sua strada per raggiungere tale obiettivo, chi attraverso la famiglia, chi attraverso la consacrazione ecc… La mia storia mi ha fatto raggiungere questo obiettivo nel momento in cui ho permesso al Signore di rientrare nel mio cuore adoperandomi affinché in esso avvenisse il miracolo della guarigione.
Il miracolo non di guarire il corpo ma quello di guarire il cuore’.
La ‘soluzione’ è la riscoperta quotidiana della verità della nostra esistenza: siamo perché amati, per essere amati e per amare: ricevere amore, provare amore, per dare amore, donarlo con libertà, con passione e con gioia, senza calcolo e retribuzione, mossi unicamente dal desiderio di fare del bene e portare pace a coloro che il Signore ci ha messo vicino.
E’ la successione puntuale della nostra vocazione di uomini, il significato più vero del nostro bisogno che in questo tempo esce prepotente, il desiderio più profondo inciso da sempre nelle profondità del cuore di ciascuno che avverte un’attrazione irresistibile a trovare l’Amore. Quale Amore? Quello che mi fa guarire il cuore, che non si ferma al qui e ora, ma travalica il presente immergendosi in esso per abbracciarlo e permettere ad un Altro di leggere dritto sulle righe storte.

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