Omelia XXVIII Domenica del Tempo Ordinario, don Benedetto Usai

Omelia XXVIII Domenica del Tempo Ordinario, 13 Ottobre 2019

Gli vennero incontro dieci lebbrosi, che si fermarono a distanza e dissero ad alta voce: ‘Gesù, maestro, abbi pietà di noi!
Se Gesù avesse dato credito alla cultura del tempo, che cioè i malati erano gravati della loro condizione a causa dei peccati commessi e per questo reietti da Dio e dalla comunità, non li avrebbe di certo ascoltati. Il grido che i lebbrosi, gli rivolgono, voleva essere un tentativo di colmare questo distanza, da Dio e dagli altri, che loro stessi subivano da tempo senza la speranza di un cambiamento. Questa volta il grido non è disperato, ma carico della fiducia di poter esser esauditi, perché in Gesù trovano l’Unita’ che piu’ a loro mancava: quella tra Dio e l’uomo, come un ponte che unisce le rive e annulla la distanza. Gesù ce lo ripete sempre senza mai forzarci a crederlo: uomo ferito, vieni a me, per trovare pace. Io sono vero Dio e vero uomo, conosco le tue sofferenze, e sono venuto per colmarle con la mia vita. E noi, abbiamo questa umiltà e questo coraggio di gridare a Dio la nostra sofferenza, senza accusarlo di averla provocata ma con la fiducia di trovare in Lui unità al disordine che la vita alle volte ci impone?

E mentre essi andavano, furono purificati
La scena del Vangelo è talmente essenziale che ad una letta solo superficiale, passa come un bel racconto, senza lasciare traccia nel profondo. Gesù chiede ai lebbrosi un nuovo atto di fede, di andare dal sacerdote perché attesti la loro guarigione e il loro successivo ingresso nella comunità da dove erano stati esclusi. Ma cosa hanno potuto pensare quando, mentre a passi svelti si avvicinano al sacerdote, scoprono di essere guariti?. Torna alla mente la domanda che Gesù rivolge a due ciechi che come i lebbrosi gli chiedono di avere pietà di loro: ‘Credete che io possa fare questo?”. Gli risposero: “Sì, o Signore!”. Allora toccò loro gli occhi e disse: “Avvenga per voi secondo la vostra fede’ (Mt 9,28-29). Il Signore è ‘affascinato’ dalla nostra impotenza, la cerca per sanarla, anche quando non ne siamo coscienti. Di essa siamo complici con il nostro peccato, che ci allontana da Dio e dalla comunità, perche’ ‘esalta’ quello che ancora di noi non abbiamo consegnato alla Misericordia del Padre. Di cosa abbiamo davvero bisogno? Di fidarci di Lui e di affidarci completamente.

Ma Gesù osservò: «Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? Perché soltanto uno, tra i dieci che erano stati guariti, torna a ringraziare Gesù?
In una situazione di malattia, posso scoprire chi sono o al contrario posso allontanarmi da me, perché o scelgo di arrendermi ad essa, rispettando i tempi che mi da’, e lasciandomi con pazienza educare a ritrovare me, Il Signore e gli altri, o la considero solo come una condanna per la vita che mi sta davanti, consegnandole rassegnato il mio futuro, fino ad atrofizzare il cuore. La fede che Gesù invoca e premia nel lebbroso che ritorna a rendere grazie, non si ferma alla guarigione miracolosa avvenuta, ma ad una nuova vita che inizia: la sua con noi.

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