Omelia di don Luca Ferrari per le Esequie di Umberto Roversi – 16 Aprile 2018

Omelia di don Luca Ferrari per le Esequie di Umberto Roversi

Ci troviamo alle porte della vita, nell’esperienza del limite estremo oltre il quale il nostro sguardo naturale non si può spingere. Una luce squarcia il mistero e ci permette di intravvedere oltre l’oscurità. Ciò che celebriamo non è una cura palliativa per il nostro dolore. La fede ci permette di riconoscere in mezzo a noi il Risorto, colui che era morto e vive per sempre, che già siede alla destra del Padre nella gloria. Gesù dunque raccoglie il nostro cuore spezzato come il suo e lo rende partecipe della sua vittoria.

Così l’apostolo amato Giovanni, testimone della morte e risurrezione di Gesù, ripercorre ciò che aveva vissuto con Lui, riconoscendo nelle vicende condivise e nelle parole ascoltate un segno di ciò che è avvenuto anche nella sua vita come motivo di speranza per tutti, per ciascuno di noi. In questo sta la gioia grande del cristiano. Vedere nei fatti non soltanto degli eventi, ma dei segni di qualcosa di più grande, di una provvidenza che sempre ci guida.

La folla, infatti era rimasta dall’altra parte del “mare”, come sembrava loro il lago di Galilea. Il diaframma delle acque che separa una terra dall’altra rappresenta bene la nostra condizione presente. Gli apostoli erano già partiti, ma da soli. Così, almeno, sembrava a tutti.

Vedendo, però che né i discepoli né Gesù erano dalla loro parte, decidono di seguirli con le barche, finché li trovano assieme: Gesù e i discepoli. È questo un indizio importante. Che rapporto c’è tra la risurrezione di Gesù, alla quale possiamo dare l’assenso della fede e la nostra morte? Si trovano assieme, di là dal mare. Partono soli, ma sono attesi: “Vado a prepararvi un posto”, (Gv 14,2) dirà loro.

Così anche la folla può seguirli e osservare la terra in modo nuovo dall’altra sponda della vita. Gesù è li. Ma li interroga: perché mi avete seguito? Perché avete mangiato dei pani.

Anche noi abbiamo molto pregato il Signore perché guarisse Umberto. È giusto chiederlo, è importante sperarlo. Ma non ci possiamo fermare a questo: “Voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati”. (Gv 6,26) C’è qualcosa di incompleto in questa ricerca, di insufficiente. Saziarsi delle grazie e dei miracoli non ci porta ancora alla vita. Alle volte ci limitiamo a cercare Dio per avere favori che ci sembrano importanti. Ma è molto di più quello che possiamo trovare in Lui. Ci possiamo chiedere: era necessaria tanta sofferenza? Non so rispondere, ma possiamo senz’altro affermare che questa ha portato frutto di maturità e di comunione. E dobbiamo aggiungere che non possiamo ignorare o sprecare tanto dono perché è prezioso. Queste lacrime devono portare frutto.

“Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell’uomo vi darà.” (Gv 6,27) Posso testimoniare che è proprio questo il miracolo che ho visto nella vita di Umberto. Il suo sguardo si è via via semplificato e purificato: lui ha imparato a vivere con questa intima certezza. Le cose di questo mondo sono un soffio, sono di un attimo. Siamo fatti per la vita eterna. L’eternità è imparagonabile all’attimo presente. E tuttavia questo è così decisivo, perché ci conduce nella libertà di riconoscere l’amore infinito con cui siamo amati e di amare in modo potente, creativo, giovane per sempre.

Non c’è dubbio che abbiamo sempre riconosciuto ad Umbo una sapienza ed un carisma naturale che ci ha portato a stimarlo, cercarlo ed amarlo. Ma più ancora possiamo testimoniare che è cresciuto in lui, fino all’ultimo respiro terreno, uno spirito grande. Possiamo affermare con l’espressione rivolta a santo Stefano nella prima lettura che quanti si trovavano a discutere con lui “Non riuscivano a resistere alla sapienza e allo Spirito con cui egli parlava”. (At 6,9)

È maturato ogni giorno di più, al punto che molti hanno chiesto di vederlo, di ascoltare la sua testimonianza, di ricevere un suo consiglio. Ogni giorno la casa era diventata meta di amici e conoscenti che, più che venire a sostenerlo, lo cercavano per essere da lui sostenuti.

Le prove non sono mancate nella sua vita. Anzi, possiamo dire che non gli è stato risparmiato nulla. Ma ha saputo offrire ogni cosa. Sono sicuro che i tanti frutti già evidenti, sono soltanto l’inizio di ciò che il Signore ancora vorrà operare attraverso di lui. Ci sarà vicino per ottenere anche a noi la benedizione di cercare il Signore non per saziarci di poco, ma di vita eterna.

Un pensiero costante, infatti era diventato l’uso del tempo, delle cose di questo mondo, viste in una luce davvero nuova. Anzitutto per la sua famiglia dove ha realizzato con Chiara una profonda, sincera e riconoscente unità che meraviglia. È il dono di Dio ricevuto nel matrimonio, che continua ancor oggi a dilatarsi oltre gli orizzonti in cui spesso rinchiudiamo il nostro bisogno di affetto e di comunione. Ora, con ancor più evidenza, lo tocchiamo con mano: ciò che è seminato nell’amore è per sempre.

Così il mondo del lavoro, vissuto con intelligenza e responsabilità lo ha visto valorizzare, come laico, i suoi talenti a servizio del buon rapporto tra le persone, come risulta dalla stima di molti.

Poi l’amore a Maria e alla Chiesa, vissuta prima con i suoi genitori, nella spiritualità francescana, nello scoutismo, da educatore ACR al Quartiere Carità, poi con Giovani & Riconciliazione, e infine, nel Movimento Familiaris Consortio, in particolare con i giovani di cui è stato responsabile generale fino ad oggi. Ha dato tutta la sua vita e non si è sottratto a condividere anche l’esperienza più intima ed indicibile della prova. Senza farla mai pesare, essa è diventata al contrario un motivo di più intensa amicizia e servizio. Non temo di dire che la santità ricevuta nel battesimo si è radicata in lui, per renderlo immacolato nella carità. Cioè santo.

Proprio sabato mattina, senza aspettarcelo, è iniziato l’ultimo tratto del suo cammino terreno, dopo un bell’incontro del Consiglio del Movimento a casa sua. Mi aveva interrogato la frase di don Pietro Margini nel giorno del calendario: “E’ il Signore! Non temere né per la Chiesa, né per noi”. Umberto, infatti, si era appassionato moltissimo alla lettura delle parole di don Pietro e le condivideva volentieri con chiunque. Intuivo che anche quelle che aprivano la giornata di sabato, anniversario del martirio del beato Rolando Rivi, sarebbero state preziose, sebbene non ne avessi ancora compreso tutta la forza.

E infine vorrei condividere la mia personale testimonianza. Riferiva divertito e compiaciuto la definizione che Simone aveva dato di lui: mio papà è un amico dei sacerdoti. Per me soprattutto è stato un amico straordinario. O meglio un vero fratello, come amava dire lui. Non ci sono parole per esprimere la riconoscenza. Né d’altra parte c’è stato bisogno di farlo esplicitamente, tanto era evidente. Essere in Gesù non ci toglie nulla, se non ciò che ci impedisce di conoscerci e di amarci come desidera il nostro cuore. Perciò accoglievamo sempre volentieri le riflessioni, i consigli e le osservazioni che, negli anni erano divenute sempre più libere e preziose.

Sant’Agostino nelle sue Confessioni descrive in questo modo l’amicizia: “i colloqui, le risa in compagnia, lo scambio di cortesie affettuose, le comuni letture di bei libri, i comuni passatempi ora frivoli ora dignitosi, i dissensi occasionali senza rancore, come di ogni uomo con se stesso, e i più frequenti consensi, insaporiti dai medesimi, rarissimi dissidi; l’essere ognuno dell’altro ora maestro, ora discepolo, la nostalgia impaziente di chi è lontano, le accoglienze festose di chi ritorna. Questi … sono l’esca, direi, della fiamma che fonde insieme le anime e di molte ne fa una sola» (Confessioni IV,8.13)

Così non mi è difficile affermare con le parole della prima lettura, come possono confermare molti amici che “fissando gli occhi su di lui, videro il suo volto come quello di un angelo”. (At 6,15)

Oggi si celebra la memoria di santa Bernadette Soubirous nell’anniversario della sua morte. Anche questa ricorrenza ha un valore preziosissimo. Siamo stati per ben 2 volte negli ultimi mesi con Umberto e Chiara a Lourdes ed è stata offerta una giornata di preghiera per lui proprio l’11 febbraio qui al Sacro Tronco. Non possiamo non vedere la predilezione di Maria apparsa a Lourdes verso tanti di noi, in questa chiesa abitata per molti anni da don Alfonso Ugolini. Ci affidiamo perciò all’Immacolata Madre della Chiesa perché tutti assieme possiamo fare della nostra vita un vero dono, secondo la misura che il Signore ha pensato per noi.

Prossimi Appuntamenti


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