Omelia II Domenica del Tempo Ordinario, don Benedetto Usai

Omelia II Domenica del Tempo Ordinario, 19 Gennaio 2020

‘È troppo poco che tu sia mio servo per restaurare le tribù di Giacobbe e ricondurre i superstiti d’Israele. Io ti renderò luce delle nazioni, perché porti la mia salvezza fino all’estremità della terra’.

C’è una domanda che alberga nel nostro intimo e che non sempre viene esplicitata nella sua verità, perché ancora troppo spesso si ripropone come un lamentoso ritornello senza respiro verso i più giovani, anche con l’aggiunta del giudizio: ma che mondo siamo diventati? La domanda autentica, che temiamo di fare a noi stessi è: che mondo stiamo lasciando? Tutti, ciascuno per l’esperienza di vita che le è propria, prima o poi si chiede cosa lascerà a chi verrà dopo di lui. E’ saggio domandarselo, fa parte di noi, e della nostra finitezza di uomini. Possiamo scegliere di non farlo, rimanendo al sicuro nel nostro nido caldo, disinteressandoci di tutti. ‘Mi basta la mia vita, non posso pensare anche a quella degli altri, e poi non devo insegnare niente a nessuno’. Oppure cambiare la prospettiva a partire dalla coscienza di quello che siamo, grazie anche a chi ci ha aiutato ad essere come siamo. San Giovanni Battista, testimonia con chiarezza, che è stato mandato: ‘Colui che mi ha inviato a battezzare’. Siamo così sicuri che se siamo stati destinati a questo mondo, nel tempo travagliato che stiamo affrontando, è solo perché ci rimanessimo comodamente per qualche anno in attesa di ciò che avverrà’ con certezza? Siamo altresì sicuri che la nostra esistenza, pur incrociando quella di tanti altri, alla fine rimanga solo una questione personale? Non ci sfiora l’idea che dalla gioia con cui viviamo dipenda la serenità di tanti che profondamente la desiderano, e che senza manifestarlo pubblicamente ce la chiedono? Non è vero che basta il nostro benessere personale e che gli altri trovino una soluzione da soli quando sappiamo che qualcuno vicino a noi non sta bene, è precipitato nella solitudine, addirittura è depresso per le ripetute sferzate della vita. Non risponde al vero perché anche noi non ci crediamo fino in fondo e in alcune situazioni siamo interpellati a farci prossimo, anche quando ci convinciamo che non se lo meritino: oppure quando pensiamo di aver già fatto abbastanza o addirittura ‘sono stato respinto. Che senso ha la fede, che senso ha Gesù, che senso ha la Chiesa? Non certo quello di dare ragione alla nostra miope giustizia, ma di offrire a tutti la possibilità di riconciliazione, a partire da un gusto nuovo di vita. In quel tempo, Giovanni, vedendo Gesù venire verso di lui, disse: ‘Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo’. Nel mondo c’è il peccato, che si manifesta in noi quando ci isoliamo e ci separiamo dal mondo, e pretendiamo di darci le risposte da soli. Gesù toglie il peccato del mondo, cioe’ abita la nostra solitudine mortale, con una proposta di comunione. ‘Sono venuto perché abbiano la vita, e l’abbiano in abbondanza’ (Gv 19,10). Quale vita? La Sua, la sua splendida umanità, che se conosciuta , non può non attrarci. Può vincere la nostra indifferenza, il nostro adagiarci su un presente senza futuro, la nostra bassa considerazione di noi stessi. ‘È troppo poco che tu sia mio servo’, è troppo poco che tu sia solo i tuoi errori, è troppo poco che tu pensi di non potere essere la gioia di qualcuno. Tu per me sei gioia, portala a tutti, e non fare distinzioni.

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