‘Cercate le cose di lassù’ – Omelia quarto anniversario di Cristian Maffei

Santa Messa per il quarto anniversario della nascita al cielo di Cristian Regina Pacis – Giovedì 28/03/2019

Omelia di Don Pietro Adani

Ringrazio don Giacomo e voi ragazzi per questa provvidenziale e felice circostanza, di celebrare questa Eucarestia durante la vostre liturgie coi giovani intorno al Signore nel cammino che state facendo.

Penso sia un dono grande e dal cielo Cristian ringrazia e ci aiuta a comprendere il senso anche di essere qui noi insieme a lui.

Perché il signore ha chiesto di fare l’Eucarestia? Per questo, per essere qui, per essere qui a guardare dove? A pensare a cosa? La memoria della morte di Gesù raccoglie la memoria della morte di ciascuno dei nostri cari, la memoria della morte di un giovane, che ha amato la vita fino alla fine; ma che a un certo punto si è lasciato incontrare.

Non ha deciso tante cose Cristian nella sua vita, come tanti di noi non decidiamo tante cose. Tante cose accadono, a noi sta trovarne il significato e il senso, ma non sempre riusciamo anche a trovare quello.

Perché il Signore quindi ci ha detto: “Fate questo in memoria di me” (Lc. 22,19), cioè ricordatemi nell’Eucarestia?

Innanzitutto ricordatemi in un rendimento di grazie; e oggi il nostro cuore, almeno il mio, si è alzato in una grande riconoscenza. Per me oggi è Pasqua: è la memoria di una Settimana Santa, di grazia, che ho potuto vivere e non credo di riuscire mai a poterla raccontare, se non con la vita.

Cioè l’esperienza dell’amore di Dio che ci passa attraverso l’incontro straordinario con chi, ad un certo punto, lo riconosce e lo accoglie.

Ecco la frase che è stata ricordata da Luca all’inizio: se è vero che l’amore chiede questo, allora non posso che gioirne. Che è difficile davvero da comprendere fino in fondo. E cosa vuol dire gioire di tutto quello che è stato raccontato all’inizio da Luca della vita di Cristian? Certo, se non c’è la prospettiva di fede è giusto stracciarsi le vesti. Se non c’è la fede non c’è niente di sensato nel racconto della vita di Cristian.

Si dovrebbe dire una parola che in Chiesa non si può dire: una vita sfortunata, da starci quasi lontano. E quindi più la spieghi più è difficile perché sembra che tu voglia edulcorare la cosa.

E’ come l’Eucarestia, cioè tu non puoi raccontare fino in fondo la fede; puoi semplicemente dire come ha fatto Gesù con i suoi: “Venite e vedrete” (Gv. 1,39).

Vedete, non ha posto un ragionamento. Perché sul Tabor (Mt. 17,1-8; Mc. 9,2-8; Lc. 9,28-36) Gesù quando è sceso ha chiesto di non raccontare ciò che era accaduto? Perché la parola più bella che Dio ci ha donato è la nostra vita, è la Parola di Dio che si fa carne; ecco l’Eucarestia.

Noi ci accostiamo all’Eucarestia proprio perché vogliamo rispondere ad una vocazione; cioè la vocazione di lasciarci abitare dall’amore di Dio, da Dio stesso, che si fa presente nella nostra vita: “Venire e vedrete”.

Tutti i cristiani dovrebbero semplicemente dire questo a quelli che incontrano; forse non lo diciamo perché la nostra vita non è più così interessante.

Ecco, la vita di Cristian, invece, suscita questo interesse; suscita, provoca ancora questo interesse, almeno in me. Non l’ho ancora compresa del tutto e penso che non riuscirò a comprenderla se non davanti a lui, davanti all’amore del Padre.

Ma l’unica cosa che mi è stato concesso e ci è stato concesso di vivere è stato proprio questo: ”Venite e vedrete”. Non lo sforzo di un ragionamento, ma l’introduzione ad un’esperienza che come Tommaso (Gv. 20, 24-29) ho potuto toccare, ho dovuto toccare. Ho dovuto mettere mano, cioè essere introdotto bene in questa esperienza che, comunque, oggi che cosa mi provoca dentro? Il desiderio di guardare al cielo.

Persone che, come dicevamo, cercano di pianificarsi la propria vita e il raggiungimento della propria felicità.

Lo vedo anche in terra di missione quando giovani e ragazzi decidono di lasciare un po’ tutto per un anno o due e fanno un’esperienza di felicità assolutamente nell’essenzialità; cioè perdono tutto quello che qui sembra decisivo da avere e chi più lo sa vivere fino in fondo e più viene introdotto all’incontro con se stesso, nel luogo della nostra felicità, in un’esperienza di essenzialità, in una povertà solenne.

E cos’è il sacrificio? Questa parola, cosa vuol dire? Rendere sacro; ecco, che cosa ha fatto la vita di Cristian? Ha reso sacro, ha detto qualcosa della vita di Gesù.

Gesù in ogni Eucarestia desidera che ciascuno di noi sia consapevole della sacralità. Ecco perché muore donando la vita. Perché chi era lì, quando leggiamo questo Vangelo come gli altri Vangeli della Passione, capiamo quando li si legge; ecco perché è importante leggere e rileggere la parola di Dio.

E ancora più bello è proclamarla durante l’assemblea; è davvero una grazia per chi proclama la parola di Dio, perché questa parola ogni volta che la proclami capisci che ti porta.

Non è questione di oratoria; ma ad un certo punto senti che devi rallentare, senti che devi respirare quella parola, senti che devi gustare quella parola, senti che devi imparare ad abitare quella parola.

Ecco che l’incontro di oggi con Cristian è introdurci e reintrodurci in uno sguardo che si alza, si eleva; si eleva a partire dalla consapevolezza del molto amore che ci è vicino. Senza però mitizzare le persone; il torto più grande che possiamo fare ai santi e alle tante persone che ci hanno insegnato la via del cielo è quello di renderli dei santini. Di perdere, cioè, tutto il pathos, la passione, la lotta, la sofferenza, la battaglia, il pianto, il grido strozzato, le lacrime che non si trattenevano, la rabbia; perché queste battaglie Cristian le ha avute tutte, eccome se le ha avute, e le ha avute a più riprese.

Poi ad un certo punto ci sono diciamo delle cose che accadono che noi neanche vogliamo che accadano da un certo punto di vista. Per Cristian è stato sicuramente questo tumore.

La scelta di tante persone di essere comunità cristiana; la scelta di prendersi cura dei più piccoli senza sapere che vita hanno avuto o avranno.

La fortuna che qualcuno si è preso cura di lui; sono stati incontri gratuiti che gli hanno permesso di introdurlo nell’amore per la vita, nel desiderio di vivere la vita, di abbracciare la vita e a sua volta, nella libertà, di restituirla nel servizio, nella preghiera, nel dono, di sentirla davvero come la sua casa.

Poi ci sono stati altri incontri, ne cito uno: quando Cristian è stato ricoverato a Milano ed ha incontrato, stranamente in quanto era stato ricoverato nel reparto di oncologia pediatrica, gli sguardi dei bambini lì ricoverati.

Questo incontro, questo sguardo verso queste madri, questo sguardo verso questi bambini con una forza vitale straordinaria. Auguro, soprattutto ai giovani, la grazia di poter entrare almeno una volta in questi reparti.

Ebbene questo incontro che Cristian non ha pianificato come la malattia, è sicuramente stato un incontro che lo ha aiutato a comprendere la sua vita, come aveva intuito anche prima, come ad una famiglia allargata.

Noi facciamo fatica ad uscire, noi viviamo la nostra vita sempre pianificata su di me, al massimo arrivo forse su mia moglie, un po’ di più sui bambini, sui figli anche se lì diventiamo un po’ possessivi, ma non riusciamo a concepirci come una famiglia di Dio. Non riusciamo ad entrare fino in fondo nell’Abbà, nella preghiera che ci ha introdotto in uno sguardo completamente diverso su di noi. Cioè a questa fraternità, a questa umanità tutta, che va’ dall’Amazzonia al Madagascar, dall’India alla Cina, alla Francia.

Non riusciamo a respirare il profumo e la bellezza di quello che Gesù ci ha rivelato; ecco la sete che abbiamo sentito oggi. Madre Teresa ne fa uno dei sensi più profondi della sua vita: sotto ai crocefissi in tutte le sue case trovi questa frase: “Ho sete” (Gv. 19, 28). Quella inestinguibile sete

dell’amore che Gesù ha rivelato nella vita: “Ho sete”. Ho sete di quell’inno che sia incarnato e vissuto come abbiamo ascoltato nella prima lettura, una via e una scuola di vita per ciascuno di noi.

Ecco che Cristian, in quel momento lì, si è lasciato trafiggere il cuore, ha accettato questo incontro, ha accettato la durezza di questo incontro e l’ha aiutato questo incontro a comprendere la sua vita, non per sé ma per tutti.

Basterebbe questo insegnamento: un incontro provvidenziale può rivoluzionare la nostra esistenza. E nell’Eucarestia c’è questo incontro: dato per voi e per tutti.

Un altro passaggio; Gesù sempre parlando della vita dice: “Date loro voi stessi da mangiare” (Mc. 6, 37), a questa folla, a questa gente.

Cos’ha fatto Gesù sulla croce? Cos’ha chiesto a Maria? In quell’abbraccio straordinario che poco dopo andrà a compiersi e che abbiamo raffigurato in tante opere la più famosa delle quali è forse la pietà di Michelangelo.

Quante volte Maria avrà abbracciato Gesù bambino, quante volte come tutte le mamme l’avrà tenuto a sé, quante volte avrà avuto compiacimento di questo figlio così bello.

Ecco che questo abbraccio oggi viene rivissuto fino in fondo in un’adesione alla vita di Gesù e in un discepolato di Maria che accoglie questa sete di amore nel segno e nel frammento della vita di Giovanni. Questo abbraccio che ci insegna una gestualità bellissima, che si impara proprio nei luoghi in cui la fisicità perde di interesse.

Mi viene in mente sempre l’ospedale dei bambini, questa volta in Croazia, che io chiamavo la beauty farm del cuore, dove la gestualità passa attraverso il tuo cuore.

Questo corpo che non ha apparenza di bellezza come l’avrà guardato Maria, come l’avrà abbracciato? Come sarà stata lì? Non in un trattenimento ma in un’adesione profonda di fede. Cos’è l’abbraccio, cosa vuol dire abbracciarsi? Vuol dire aderire intimamente, ecco cosa esprime il corpo, a questa vita.

Cos’ha fatto Cristian durante quel ricovero? Ad un certo punto ha trovato, pian piano, non l’ha imparato subito, ha imparato a lasciarsi trafiggere cioè a sentire che la sua vita non era solo sua, che questa malattia non era solo da capire, ma era principalmente da vivere, cioè che in ogni circostanza della vita la possibilità di dire una parola di amore è possibile, che è l’unica parola di senso, cioè il dono. Fino alla gratuità di dare noi stessi da mangiare, cioè la nostra esistenza.

Perché il Signore ci manda in missione due a due e ci chiede la spogliazione? Ci chiede di non fare sicurezza su nient’altro che sull’autenticità della nostra vita. E perché questo non sia un cammino solitario ci pone un fratello accanto: “Andate due a due” (Lc. 10, 1). Nessuno fa esperienza e conoscenza di te senza realmente incontrarsi.

E stare dentro ad un incontro vuol dire chiedere ogni giorno a se stesso una conversione che quotidianamente ti educa ad uscire.

Lasciamoci allora in questa serata alzare il cuore e ricordarci la sacralità con cui siamo stati rivestiti; chi ci ha reso sacri, chi ha reso sacra la nostra vita?

Viviamo questa Eucarestia con questa unica prospettiva: il Signore desidera che ciascuno di noi senta la preziosità dell’essere suoi. Siamo suoi non per essere messi in una teca, siamo suoi per essere sparati, lanciati nel mondo, per assumere il mondo, per sentire dentro di noi la sete di Dio, che non può che tradursi nel vino della carità. Cioè in una vita di evangelizzazione e di annuncio, non con l’affabulazione della parola ma semplicemente con la povertà della nostra vita resa sacra da Dio.

“Venite e vedete”: a chi possiamo dire questo invito nuziale, questo invito di salvezza eterna con la stessa libertà con cui Gesù l’ha fatto? Lui ci chiede di dire a qualcuno questo vieni e vedi.

E’ bello vivere con questa anche solo trasparenza umana, noi tutti così fasciati ed intimoriti che qualcuno conosca realmente il nostro pensiero, che conosca realmente le nostre istintività.

Invece no, il Signore ci dice guarda che io le conosco e ti ricordo che la tua vita è sacra, che mio figlio l’ha resa sacra, così sacra che puoi vivere con serenità di sapere che non ci sarà niente e nessuno che t’impedirà di corrispondere ad un amore eternamente presente sulla tua vita.

Questa è la scelta di Dio che Cristo ci ha rivelato nella sua vita e, in modo particolare, nella sua passione. Questo è ciò che Cristian ha posto con evidenza e quindi che ci fa guardare al cielo e che ci introduce in quest’ora decisiva della nostra vita, la più bella, quella della Pasqua, cioè la sconfitta di ogni morte, la sconfitta della tentazione che questa vita prima o poi morirà.

No, questa vita non muore più, la nostra vita non morirà più; e lo sappiamo come? Quando per qualche istante, frammento di grazia, riusciamo ad abitare l’amore di Dio nella nostra vita, cioè riusciamo a farci incontrare dall’amore di Dio.

Questo amore ha anche una forza straordinaria, liberante, piena di prospettiva e di fiducia; sa diffondere fiducia, sa far camminare i claudicanti, sa aprire gli occhi ai ciechi, sa guarire, sa fasciare, sa rialzare, sa riempire di entusiasmo, sa ridare fiducia.

Chiediamo proprio questo oggi: che il guardare al cielo rinvigorisca il nostro amore, pur nella comprensione che anche Maria si è concessa per l’ultima volta di abbracciare quel corpo. Com’è bello questo, com’è umano, com’è umano l’amore di Dio.

Noi facciamo di tutto nella nostra vita per essere dei, quando il Signore è venuto a dirci volentieri che farsi uomo era l’opera più bella di tutte: perché? Perché noi siamo capolavori, quell’opera molto buona in cui tutta la Trinità ha partecipato a generare quella unicità che è ben evidente anche qui stasera. Noi siamo unici, irripetibili.

Ecco, allora rispondiamo anche noi a quella preghiera di Gesù sulla croce: “Ho sete”. E diamo noi stessi da mangiare.

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