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Discepoli missionari! Highlights del percorso “Servire è regnare?” sulla leadership ecclesiale

Discepoli missionari

Highlights del percorso “Servire è regnare?” sulla leadership ecclesiale

Tra le navate silenziose delle chiese e il brusio operoso della vita quotidiana, la missione di chi guida la comunità ecclesiale trova la sua sorgente più autentica nell’arte di generare incontri. To lead, guidare. Un verbo che, come una fune tesa, getta un occhio su chi è guidato tenendo l’altro fisso sulla meta che si sogna di raggiungere. La vera forza della leadership pastorale risiede nella capacità di essere un ponte vivo verso Cristo e di spalancare le porte della Chiesa come una casa accogliente e credibile per ogni uomo.

Il percorso Servire è regnare? sulla leadership ecclesiale tenutosi presso la Casa di formazione Ecce Mater il 26-27 settembre 2026 aveva come obiettivo quello di entrare in questa dimensione dell’evangelizzazione rispondendo alle esigenze del cambiamento d’epoca che stiamo vivendo. Due giornate di lavoro allo stesso tempo intenso e piacevole, impegnativo e stimolante. Questo breve articolo vorrebbe semplicemente far risuonare alcune delle Parole che sono germogliate in chi vi ha partecipato. Come degli highlights che fanno apprezzare i momenti salienti e, insieme, danno l’opportunità di un ulteriore confronto e una condivisione più approfondita.

Per dare un ordine ai molti pensieri e idee emerse, proporrò quattro piccole parti corrispondenti alle altrettante sessioni del percorso.

  1. Il DNA della Chiesa in un cambiamento d’epoca

«La Chiesa esiste per evangelizzare» affermava Papa Paolo VI nell’esortazione apostolica Evangelii nuntiandi (1975). Non si deve avere la fretta di leggere tale assunzione come una sollecitazione più o meno moralistica affinché si mettano in pratica tecniche e risorse per l’annuncio evangelico, perché le chiese sono sempre più vuote. Tantomeno è da intendere come l’ammissione di un proselitismo ecclesiale. Riconoscere che la Chiesa esiste per evangelizzare significa che essa è composta da evangelizzati, persone che hanno incontrato Cristo che gli ha stravolto la vita fino a renderla luce delle genti e sale della terra. L’anelito e il profondo desiderio all’evangelizzazione insito nel cuore di ogni persona che si dice cristiana si accende al contatto con il fuoco che infiamma il mondo. E una volta incendiato, il cuore del discepolo porta luce e calore nel mondo.

Nell’anno in cui il Movimento Familiaris Consortio dedica il proprio cammino alla condivisione e all’evangelizzazione, riscoprire che l’annuncio è una dimensione fondamentale dello stesso essere discepoli è una delle esperienze più profonde e liberanti che ci si può prefiggere di compiere.

  1. Processi più che progetti

Tutti evangelizzatori. Ma come? Questa domanda può portare a impantanare anche le persone più motivate. Da una parte si corre il rischio di non sapere cosa fare o non avere le risorse per fare ciò che si è pensato. Dall’altra, una sovrabbondanza di proposte ecclesiali sembra avere già esaurito tempo, risorse e disponibilità per intraprendere ulteriori iniziative.

Il sentimento negativo che porta a vedere con scoraggiamento la realtà e il futuro può essere trasfigurato con un tanto ambizioso quanto semplice cambio di prospettive. Non siamo chiamati a creare una piantagione intensiva in mezzo al deserto, ma a gettare un seme con generosità, amore e speranza.

Non un ulteriore progetto da organizzare, ma un processo da avviare. Un cammino, una vita di cui ancora non si sa il percorso, né la portata, ma di cui si intuisce la traiettoria, quella che porta a Cristo e alle cose vere. Un processo che non mira semplicemente a dei successi, perché il successo è già che esso stesso esista. Una possibilità di vita intensa, un bagliore di verità in mezzo al grigiore del mondo, un momento di amore eterno tra l’effimero che rincorre l’uomo in un tempo senza tempo.

Gettare il seme della vita significa dare vita ad un processo di cui non si ha il controllo, ma proprio per questo è entusiasmante e commovente. E, con umiltà, lo si lascia al controllo di Dio.

  1. Una Chiesa di talenti più che di funzioni

Preferireste avere un rudere pericolante da non far crollare o un piccolo tesoro da impiegare per pensare a qualcosa di bello? Forse troppe volte nella Chiesa pensiamo di essere bloccati nella prima situazione, senza accorgerci che ci sono tante risorse, spirituali e materiali, da impiegare per qualcosa di entusiasmante, qualcosa di vero e di vivo. E la prima risorsa è la persona.

Mettere al centro i talenti significa sapersi conoscere e imparare a conoscere gli altri per far emergere il buono che Dio ha donato al suo popolo. Dire il bene e il bello di qualcuno è qualcosa fuori moda. Ma chi si dà il tempo per questa pratica che da millenni la Chiesa chiama rendimento di grazie riscopre risorse nascoste e le libera per avviare un nuovo cammino di incontro autentico con Dio.

  1. Generare leaders per il vangelo: discepoli missionari

Una provocazione: perché vado in parrocchia? Arrivati a questo punto del percorso, non è più sufficiente rispondere “per coltivare la mia spiritualità”. Forse ci concentriamo troppo sul nostro percorso personale, su un certo benessere spirituale che viene messo al centro del cammino cristiano. Forse ci dimentichiamo del perché Gesù sarà con noi fino alla fine del mondo: «Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato» (Mt 28,19-20). Vado in parrocchia per divenire evangelizzatore, per portare la luce di Cristo dove vivo. Vado in Chiesa perché è lì che faccio fiorire i talenti che Dio mi ha dato per metterli a servizio di tanti. Vado perché desidero anch’io diventare un discepolo missionario.

02 ottobre 2026 – don Tommaso Catellani, CSFC

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