Quaranta passi con Gesù

Meditazioni per la Quaresima 2019 di don Benedetto Usai

Meditazioni quotidiane di don Benedetto Usai ci accompagnano nel cammino della Quaresima 2019 per prepararci alla gioia della Pasqua. Don Benedetto Usai è un sacerdote della diocesi di Reggio Emilia – Guastalla, è membro della associazione clericale “Comunità Sacerdotale Familiaris Consortio”, è vicario parrocchiale dell’ Unità Pastorale Sacra Famiglia (Albinea-Borzano-Montericco)

C’era un uomo ricco e c’era Lazzaro. Il primo, a differenza del secondo, non ha un nome. Chi ci da’ il nome? Chi ama il nostro futuro. Questo Vangelo genera in noi un doppio sentire: quando parla del ricco siamo come asfisiati, senza fiato, e speriamo che la lettura finisca presto; quando parla di Lazzaro, pur comprendendo la sua condizione di povero, siamo come liberati, respiriamo a pieni polmoni, e paradossalmente desideriamo essere al suo posto anche noi. La vita del ricco, descritta in pochi passaggi, ci si presenta fredda, quella di Lazzaro, al contrario, molto calda. E non per la compassione che proviamo, sopratutto, per il futuro a cui approda. ‘Maledetto l’uomo che confida nell’uomo, e pone nella carne il suo sostegno, allontanando il suo cuore dal Signore. Sarà come un tamerisco nella steppa; non vedrà venire il bene, dimorerà in luoghi aridi nel deserto, in una terra di salsedine, dove nessuno può vivere’ (Ger 17,5-6). Ogni volta che ci allontaniamo da Dio Padre, la nostra origine e la nostra vita, ci diamo a ‘lauti banchetti’, presumendo di trovare in questi, una risposta credibile e soddisfacente, a ciò che cerchiamo e che desideriamo: la vita. Il peccato non è una ‘mancanza’, molto di più, è un tradimento, una ferita, un aborto: pensiamo di potere vivere senza quel soffio vitale che ci ha creati, e in Gesù, ci ha ricreati. È una follia, non illudiamoci di poter vivere bene senza Dio, perché alla fine ci rimangono solo ‘i lauti banchetti’. ‘Benedetto l’uomo che confida nel Signore e il Signore è la sua fiducia. È come un albero piantato lungo un corso d’acqua, verso la corrente stende le radici; non teme quando viene il caldo, le sue foglie rimangono verdi, nell’anno della siccità non si dà pena, non smette di produrre frutti’ (Ger 17, 7-8). Ogni volta che abbracciamo Dio Padre, la nostra origine e la nostra vita, troviamo solo Vita. Lui mi da un nome, mi dice chi sono e perché sono al mondo, mi porta nel suo Futuro. Qual’e’, o meglio, chi e’: Gesù Cristo, il Figlio amato dal Padre, la Vita che si fa Uomo. Desideri vivere ora e per sempre? Accogli Gesù nella tua vita, dagli una camera, trasformerà la tua casa. Il Signore ci doni l’audacia di scegliere Lui per imparare a scegliere per noi e per chi ci sta vicino.

La vita di Gesù, è un libro aperto per la nostra gioia, perché ci insegna a vivere. Ogni volta che ci fermiamo a contemplarla, rimaniamo stupiti, non tanto per la straordinarietà degli eventi compiuti, quanto per l’ordinarietà degli stessi così ricca di significato. Gesù non vive una vita altra rispetto alla nostra, poteva essere auspicabile ai più, visto che era il Figlio di Dio. Al contrario, sceglie di condividere a pieno la stessa vita degli apostoli così come quella di ciascuno di noi, per farci vedere Dio in essa. ‘Mentre saliva a Gerusalemme, Gesù prese in disparte i dodici discepoli e lungo il cammino disse loro’. Quante volte, durante i tre anni del suo ministero, Gesù ha vissuto la stessa scena? Lo stesso è per noi, se pensiamo alla normalità della nostra giornata, che il più delle volte si ripresenta simile a quella precedente. Cosa cambia in quella di Gesù? La progressione educativa con la quale cerca di educare il cuore dei suoi discepoli, ad entrare nel mistero della sua Morte in Croce. Dentro alla loro vita annuncia la Vita, anche se ancora non sono in grado di comprenderla…‘Non sono venuto per essere servito ma per servire e dare la mia vita in riscatto per molti’ e continuerà a farlo anche dopo la Risurrezione. Si serve di parole e gesti quotidiani, che nel loro significato, esprimono tutta la Pedagogia del Padre. Come annuncia a loro l’imminente Passione? Prendendoli in disparte, quasi stringendoli a Se’, come in un abbraccio caloroso e fraterno. Il Signore ci doni il Suo sguardo di fede, ci renda capaci di vedere Lui mentre ci serve, nella normalità della nostra vita di tutti i giorni.

Le parole dell’angelo a san Giuseppe, alla pari della Vergine Maria, ci portano dentro una relazione, quella con il Padre, che non ha avuto il suo inizio in questa apparizione, ma molto prima. Lo si percepisce rileggendo con attenzione le medesime parole… ‘Non temere di prendere con te Maria tua sposa. Infatti il bambino che è generato in Lei viene dallo Spirito Santo’. È come il ‘secondo tempo’ di un dialogo che era già iniziato prima e di cui noi abbiamo ‘ora’ la grazia di partecipare, non come gli spettatori paganti di uno show tra i tanti ma come i figli scelti con nome e cognome che sono presenti alla ‘prima’ dell’opera del Padre. San Giuseppe, come la Sua Sposa, aveva un dialogo aperto con la Provvidenza, tanto da essere definito ‘uomo giusto’. È giusto per la sua forza, per il suo nascondimento, per la sua umiltà: qualità che fanno di un uomo un padre, che sa generare alla vita i propri figli, perche’ rimane in ascolto della Paternità che ha generato anche lui: quella del Padre. E’ giusto per il suo amore allo Spirito Santo, che lo prende per mano, e lo accompagna con Maria sui passi nuovi dell’Incarnazione. È giusto perché ha un cuore buono e puro, che non ha l’esclusiva sulla propria gioia, perché desidera che la assaporino e la gustino anche gli altri che verrano: noi.
San Giuseppe intercedi per noi, insieme a Maria Tua Sposa e nostra Madre, il dono vivo di Gesù.

“Dall’esempio di San Giuseppe viene a tutti noi un forte invito a svolgere con fedeltà, semplicità e modestia il compito che la Provvidenza ci ha assegnato. Penso anzitutto ai padri e alle madri di famiglia, e prego perché sappiano sempre apprezzare la bellezza di una vita semplice e laboriosa, coltivando con premura la relazione coniugale e compiendo con entusiasmo la grande e non facile missione educativa”. (Benedetto 16, Angelus, 19-03-2006)

L’amore ha una misura? No. L’amore è perché è senza misura. Proprio ieri sera, parlando con una coppia prossima al matrimonio, ci stupivamo di questa verità e ci siamo chiesti: ‘Quando posso dire di amare un altro/a? ‘Solo’ quando mi rapisce il cuore? ‘Solo’ quando quello che viviamo insieme è solo bello? ‘Solo’ quando stiamo bene?’. Questo ne fa parte, ed è una bella conferma all’amore che cresce, ma non è ancora la misura che colma e trabocca dal cuore. Posso dire di amare un altro/a, nel momento in cui comincio a vedere il mio futuro insieme, e sono proiettato dentro ad esso senza timore. Mi ha rapito il cuore, senza che anch’io me lo aspettassi, perché non rimanga chiuso in me stesso, e cominci a riconoscere che la mia vita diventa piena, realizzata e credibile, solo se ne faccio un regalo. Da quello che viviamo e condividiamo, ci educa accogliere non soltanto ciò che da pace e tranquillità, anche quello che fa cambiare le aspettative su una scelta, addirittura ferisce il cuore di entrambi per un evento non programmato: perché ci mostra che, non scelgo te per la vita che affronteremo, ma scelgo te perché sei te. Insieme stiamo bene, ma anche no, perché siamo così diversi: solo così impariamo ad abbracciare la nostra vita e la vita dell’altro, e a trovare campo fertile perché l’amore cresca, alimentando i doni di ciascuno e sanando con pazienza anche i difetti. Qual’e’ la misura di Gesù? Dio Padre. Qual’e’ la misura dell’amore? Dio Padre. Qual’e’ la misura del cuore di ogni uomo? Dio Padre. Per questo Gesù non teme di dire: ‘Siate misericordiosi come il Padre vostro è Misericordioso’. Sia Lui la misura di ogni nostro dono.

Omelia 2 Domenica di Quaresima 2019

«Quando Mosè scese dal monte Sinai […] non sapeva che la pelle del suo viso era diventata raggiante, poiché aveva conversato con il Signore» (Es 34,29). Attraverso la conversazione con Dio, la luce di Dio si irradia su di lui e lo rende a sua volta raggiante. Tuttavia, si tratta, per così dire, di un raggio che lo raggiunge dall’esterno, e ora fa risplendere anche lui. Gesù, invece, risplende dall’interno, non riceve solo luce, ma è Egli stesso Luce da Luce. (Benedetto 16, Gesù di Nazareth, ‘Dal Battesimo alla Trasfigurazione’).

Capita anche a noi, dopo ogni esperienza significativa che riconosciamo importante per la nostra vita, ripetere con trasporto di cuore: ‘Mi sono sentito a casa…sono stato davvero bene…spero che questo momento non passi’. Senza scomodare le esperienze cosiddette straordinarie, avvertiamo un senso di pace, che vorremmo che durasse per sempre, che non finisse mai.
Cosa significa sentirsi a casa? Avere coscienza che siamo al nostro posto, che non ci sono altri luoghi dove vorremmo essere, perché proprio lii noi stiamo bene. ‘Pietro disse a Gesù: «Maestro, è bello per noi essere qui. Facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elìa’.

Una esperienza comune a ciascuno, che può aiutare a dare un nome a quello che si diceva, è l’incontro con una persona luminosa. Luminosa perché bella, e non solo fisicamente, luminosa perché credibile. Una persona così non parla mai di se’, non si mette al centro per piacere a se’ e per far piacere, se parla di se’ e’ solo per parlare di un altro. Gesù è così, la Madonna è così, i santi sono così. Rimandano sempre ad un Altro, e non ad uno qualsiasi, a Dio che è la loro Vita.

È credibile solo chi da’ vita alla mia vita; chi offre con gratuita’ la sua esperienza travagliata e sanata, perché chi ascolta e chi vede tragga beneficio per la sua esistenza. È credibile chi ama la vita, non come un contenitore da riempire fino all’eccesso, ma come un regalo messo a disposizione per il bene di tanti. È credibile chi sa perdonare, senza giustificare o mistificare il male, ma con la fiducia che chi lo riceve può ripartire con speranza nonostante le proprie miserie e infedeltà.

Gesù si trasfigura di fronte agli apostoli sul Monte Tabor, mentre loro erano ‘oppressi dal sonno’ e dormivano, rischiando di perdersi un incontro che sarà decisivo per la loro scelta futura. Si trasfigura, per dare coraggio a loro che dovranno affrontare la Passione e la Morte del loro Maestro, e per dare coraggio anche a noi, che stiamo affrontando ancora la sua Passione e la sua Morte. Cosa ‘suggerisce’ Gesù perché in loro e in noi cresca e maturi questo coraggio? ‘In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare’ La preghiera. Pregare è il coraggio della fede, e non è riservato solo ‘ai più bravi’, ma è destinato ai più bisognosi. Chi prega vive, perché Gesù vive, e da’ la Vita. Vita per accogliere la vita, per affrontare la morte, la delusione, la freddezza, la disperazione, Vita per risorgere ad una nuova speranza di vita.

Diceva una maestra, raccogliendo la confidenza di un bimbo, rientrato in classe dopo essersi confessato. ‘Era molto felice e mi ha detto: maestra mi sembrava di essere a casa davanti al camino e l’ha ripetuto più volte!’.

Chiediamo a Gesù che faccia breccia nel nostro cuore, e ci convinca che senza di Lui non possiamo vivere, perché Lui è la Vita.

16-03-2019
Come ama Gesù?
Il Card Van Thuan, durante gli esercizi spirituali predicati a san Giovanni Paolo 2 e a tutta la curia romana nell’anno del Giubileo del 2000, ha parlato dell’ arte dell’amare dicendo: ‘Gesù ama senza interesse, senza aspettare nulla in cambio, non ama solo perché e’ amato. ‘Non aspettare di essere amato dall’altro, ma tu fatti avanti e incomincia’ (san Giovanni Crisostomo); ama tutti, senza escludere nessuno, perché tutti sono destinatari di questo amore; ama i nemici, perché se non lo faccio non sono più degno di chiamarmi cristiano, perché solo con questo atteggiamento si può fare la pace sulla terra e nei cuori; dona te stesso, come Gesù, che ha dato la sua vita sulla Croce e continua a darla nell’Eucarestia. Questa è la nostra misura: nel quotidiano, in tanti piccoli gesti, nel porci al servizio degli altri, anche verso coloro che, per qualche motivo, possono apparire ‘inferiori’ a noi. Servire significa diventare Eucarestia per gli altri, condividere le loro gioie e i loro dolori. Imparare a pensare con la loro testa, a sentire con il loro cuore, a vivere in loro…a camminare nei loro mocassini come dice un proverbio indiano’.
‘Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste’. Gesù ‘esagera’ perché il cuore che ci ha donato è esagerato. È fatto a ‘Sua Immagine e Somiglianza’, non si accontenta di meno che non sia Lui, e può trovare pace e pienezza solo in Colui che è la Pace è la Pienezza. Parlando proprio ieri con un giovane dicevamo: ‘Spesso le aspettative che ci creiamo, prima di un evento che reputiamo ‘straordinario’, vengono deluse da ciò che alla fine raccogliamo’. Non può che essere così, perché possiamo arrivare a sognare, ma con i piedi ben radicati per terra. Amare è anche difficile, non è solo bello, perché l’Amore è la Croce. Possiamo amare come il Padre, purché non ci convinciamo di esserne capaci, ma permettiamo a Lui di amare in noi. Il Signore ci doni il Suo Cuore.

La verità è evidente, si impone con dolcezza a colui che è diventato umile, e lo trasforma in un profumo dolce per tutti. Passa da un cuore riconciliato con se’ e con il Padre, da uno sguardo purificato da quella trave che ristagnava nell’occhio, e da uno spirito rinnovato in purezza e santità di vita. Le parole di Gesù, che nella loro fermezza trasudano di delicatezza e di autentico amore verso ciascuno, ci consegnano una nuova giustizia ‘Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio’. La dignità del mio prossimo, da quello che mi sta accanto a quello di cui sento parlare o che vedo in televisione o sui giornali, è di tale valore, che la sua misura è solo Gesù Cristo. Diceva San Giovanni Crisostomo: ‘Cosa dice la tua coscienza quando pronunci queste parole: “Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome” e ciò che segue? Per Cristo non c’è alcuna differenza: ha versato il suo sangue anche per coloro che hanno versato il suo. Potresti fare qualcosa di simile? Quando rifiuti di perdonare al tuo nemico, arrechi torto a te, non a lui’. Gesù non si limita ad una parola, ad una pacca sulla spalla o ad una battuta che presume di sdrammatizzare e che spesso è più violenta di un pugno sferrato senza controllo, ma offrendo la sua Vita per amore: rida’ forza alla parola, da’ significato ad ogni gesto riservato al nostro prossimo, soprattutto ci educa ad una grande carità che ha un sinonimo spesso dimenticato: la gratuità. Può amare con gratuita’ solo chi è puro, chi ha messo in cantina l’idolatria, e come dice un mio amico sacerdote… ‘chi ha messo a digiuno le parole cattive’. Il Signore Gesù, ci doni un cuore puro e misericordioso come il Suo.

Dio che sapeva che non siamo riconciliati, che vedeva che abbiamo qualcosa contro di Lui, si è alzato e ci è venuto incontro, benché Egli solo fosse dalla parte della ragione. Ci è venuto incontro fino alla Croce, per riconciliarci. Questa è gratuità: la disponibilità a fare il primo passo. Per primi andare incontro all’altro, offrirgli la riconciliazione, assumersi la sofferenza che comporta la rinuncia al proprio aver ragione (Benedetto 16, Auguri natalizi alla Curia, 21-12-2009).

Siamo figli di Dio, sua proprietà nell’amore, ricolmi del dono dello Spirito. Perché preghiamo? Per essere confermati ogni giorno, e in ogni momento della nostra giornata, che Dio è nostro Padre. Più cresciamo in questa consapevolezza, più la nostra preghiera diventa vera, perché non è più la nostra ma quella di Gesù al Padre. Lo Spirito ha questa forza: ci unisce alla preghiera del Figlio, e ci permette di rivolgerci al Padre con le stesse parole del Figlio. Perché la preghiera può tutto? Perché siamo più capaci di altri, abbiamo imparato a concentraci meglio e senza distrazioni, siamo diventati più insistenti nel chiedere? No! Solo perché la preghiera di Gesù è la più potente di tutte, perché non si è conclusa ma continua, ‘senza stancarsi’, nell’offerta perenne della sua Vita al Padre per la nostra santificazione. Il Padre, in risposta alla sua preghiera, gli ha ridato Vita. Questa è la nostra speranza, di più, è ciò che alimenta la fede nella preghiera che gli rivolgiamo, e ci conferma sulla sua potenza. Chi ci ferma più a chiedere, a cercare, a bussare? Se voi, dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro che è nei cieli darà cose buone a quelli che gliele chiedono’. La cosa buona è la Vita di Gesù, il Padre non vede l’ora di continuare a donarcela, chiediamogliela con fede. Per noi, i nostri cari, i nostri amici, i bimbi, i giovani, gli anziani, chi è malato, solo, disperato, e per tutte le vocazioni.

Padre Van Thuan, racconta della sua esperienza di preghiera, negli anni della sua prigionia: ‘Ci sono stati lunghi momenti nella mia prigionia, in cui ho sofferto di non riuscire a pregare. Ho sperimentato l’abisso della mia debolezza fisica e mentale. Più volte ho gridato a Dio come Gesù sulla croce: ‘Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?’ Ma Dio non mi ha abbandonato’… e aggiunge: ‘Quando sono nell’impossibilità di pregare, uso ricorrere alla Madonna dicendo: ‘Madre, tu vedi che sono all’estremo limite, non riesco a recitare nessuna preghiera. Allora dirò soltanto un Ave Maria con tutto il mio affetto’. (F.X.Nguyen Van Thuan, Testimoni della Speranza, 2000).

Il Signore ci educhi a pregare con la Sua fede.

Recitava così una delle invocazioni delle lodi mattutine, come risposta di preghiera a quello che il Signore ha pronunciato nel Vangelo: ‘Mentre le folle si accalcavano, Gesù cominciò a dire: «Questa generazione è una generazione malvagia; essa cerca un segno’.
Certe notizie quotidiane di cronaca, avvallano l’affermazione di Gesù, che vede la malvagità della nostra generazione. Di fronte ad episodi di una violenza disumana, ci viene spontaneo ergerci a giudici spietati, augurando, con la stessa moneta, le medesime cose contestate.
Gesù fa così? No! Il suo giudizio non è di ‘pancia’, perché è mosso dalla fede. ‘Ben più di Giona c’è qui’. Riconosce la nostra malvagità nella presunzione di far dipendere la nostra fede da segni concreti, tangibili, empirici, e ci offre uno sguardo nuovo sulla realtà che viviamo, il vero sguardo della fede. Il ‘ben più’ rispetto a Salomone, considerato dalla Sacra Scrittura il re più saggio, ha questo significato: lascia e permetti che lo Spirito di Gesù venga ad abitare il tuo cuore, perché sia Lui ad istruirti, e tu possa trovare Luce nel buio della notte. Mosè stese la mano verso il cielo: vennero dense tenebre su tutto il paese d’Egitto, per tre giorni. Non si vedevano più l’un l’altro e per tre giorni nessuno si poté muovere dal suo posto. Ma per tutti gli Israeliti vi era luce là dove abitavano. (Es 10,23). Gesù ha vinto la morte, perché ha accolto il dono della vita dentro alla sua morte, che è anche la nostra e quella di qualsiasi figlio. Al buio di ogni violenza ha portato la Luce del Padre, illuminando la morte, è trasformandola da luogo di disperazione e sorgente di Conversione e di Grazia. Il Signore ci doni un cuore misericordioso, fedele e giusto come il Suo.

Gesù invita i suoi figli, a pregare, e a farlo ‘senza stancarsi’ (Lc 18,1). Nella preghiera del Padre Nostro, raccolgo e accolgo il doppio movimento che orienta e guida, la nostra vita nella fede. Nella prima parte del Padre Nostro, un movimento verticale, che si ‘spinge’ al Padre per ripartire sempre da Lui; nella seconda parte, un movimento orizzontale, che si rivolge al mondo, la nostra missione, per presentarlo al Padre. Da Dio Padre al mondo, dal mondo a Dio Padre, un doppio battito pulsante che ci fa vivere nella Chiesa, e ci apre ad ogni cristiano e ad ogni uomo. La preghiera infatti, ci introduce in un noi che dialoga con il Padre, e da Lui impara ad abbracciare il mondo intero. In che modo? Grazie alla Misericordia di Gesù. Solo se permettiamo che Lui abbia Misericordia di noi, accogliendo e sanando le nostre infermità, diventiamo per Grazia Misericordia per tutta l’umanità. Questo è il nostro nuovo sguardo sulla vita, sull’uomo, sul mondo, frutto della preghiera del Padre, dalla quale siamo ammaestrati: ‘2Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: “Vado a prepararvi un posto”? (Gv 14, 2-3). Il Signore ci sono sempre questo cuore e questo sguardo.

Il dialogo che Dio stabilisce con ciascuno di noi, e noi con Lui, nella preghiera include sempre un «con»; non si può pregare Dio in modo individualista. Nella preghiera liturgica, soprattutto l’Eucaristia, e – formati dalla liturgia – in ogni preghiera, non parliamo solo come singole persone, bensì entriamo nel «noi» della Chiesa che prega. E dobbiamo trasformare il nostro «io» entrando in questo ‘noi’. ( Benedetto 16, Udienza Generale, 3-10-2012)

Quando mai? È la domanda quasi incredula e stupita, di chi si accorge della presenza d’altro, senza che questo, fino ad allora, abbia dato mai una prova sicura di se’, o meglio, senza che lo abbia mai riconosciuto.

E il re risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”
Io sono nei miei fratelli più piccoli, Io sono in ciò che è fragile, impotente, debole, Io sono in chi è in croce. Credere in Gesù, significa accogliere una logica ribaltata, che arriva pian piano a formare il cuore e lo sguardo: da noi a Lui, dagli altri a noi, da Lui a noi.
Da dove nasce il desiderio di amare gli altri come se stessi? Dalla coscienza, frutto di esperienza, che noi siamo i primi ad essere visitati, accolti e vestiti da Gesu; è Lui infatti che ci visita, accoglie e ci veste, ci permette di ritrovare Lui presente in noi, ed di accogliere gli altri allo stesso modo. Di più: è Lui che si fa a noi vicino negli altri, in chi ci è vicino e in chi ci è lontano, e non solo per ricevere cura da noi ma per offrici la Sua.
Di cosa abbiamo bisogno per maturare questo cuore e questo sguardo pieno di fede? Dell’Eucarestia, il Luogo per eccellenza dove dare corpo a questo Vangelo, e fare esperienza della Sua Visita…Lasciate che i bambini vengano a me, non glielo impedite: a chi è come loro infatti appartiene il regno di Dio. (Mc 10, 14). Dio si fa piccolo, per farci grandi della sua piccollezza, che è anche la nostra.

Omelia 1 Domenica di Quaresima 2019

‘Se tu sei Figlio di Dio’. La tentazione di satana a Gesù, è la stessa che offre a ciascuno di noi, ogni volta che ci invita a metterci al posto di Dio. Proprio come nel giardino, quando le parole suadenti per convincere Eva a disobbedire al comando di Dio sono state: ‘ Ma il serpente disse alla donna: «Non morirete affatto! Anzi, Dio sa che quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio, conoscendo il bene e il male’ (Gen 3,4-5).

Gesù va nel deserto, sospinto dallo Spirito, per essere tentato dal diavolo. Ad una prima lettura, non ci pare possibile, addirittura senza tanto senso, che Gesù scelga di sottoporsi alle tentazione. Avrebbe già avuto una vita travagliata, che anche Lui conosceva dall’inizio, visto il ministero che avrebbe vissuto nei tre anni successivi. Si sarebbe proposto al mondo come il Figlio di Dio, era cosciente che avrebbe incontrato resistenze e violenze, perché agli occhi dei più sarebbe stato un bestemmiatore. Non passo’ infatti molto tempo, per avere conferma a questa certezza interiore, il che si verificò nell’incontro con il paralitico. ‘Gesu vista la loro fede, disse al paralitico: «Figliolo, ti sono rimessi i tuoi peccati». Seduti là erano alcuni scribi che pensavano in cuor loro: «Perché costui parla così? Bestemmia! Chi può rimettere i peccati se non Dio solo?’. (Mc 2, 5-7).
Il momento fissato del ritorno del demonio è la Passione di Gesù, sarà con Lui nella preghiera notturna all’Orto del Getsemani, e non lo abbandonerà neppure mentre soffre terribilmente sulla croce. Quelli che passavano di lì lo insultavano, scuotendo il capo e dicendo: “Tu, che distruggi il tempio e in tre giorni lo ricostruisci, salva te stesso, se tu sei Figlio di Dio, e scendi dalla croce!”. (Mt 27,39-40).

Ma è Gesù che sceglie di farsi tentare? In quel tempo, Gesù, pieno di Spirito Santo, si allontanò dal Giordano ed era guidato dallo Spirito nel deserto, per quaranta giorni, tentato dal diavolo.
No, è lo Spirito che lo sospinge, quello stesso Spirito che era disceso sopra di Lui il giorno del Battesimo nel Giordano, lo stesso che Lo colma della Vita del Padre, proprio come avviene e si realizza per ciascuno. Come per Gesù, anche per noi, se il Padre in alcuni momenti della nostra vita, permette la tentazione, non è perché ha piacere di soffrire e vuole vedere noi soccombere. L’unico motivo che lo muove a questo, è per darci di sperimentare e di credere, che senza di Lui non possiamo fare niente. (Gv 15, 5)

La tentazione, come si è presentata a Gesù, si presenta anche a noi con le stesse parole: salva te stesso. Salva te stesso, dimostra di essere quello che dici di te, e trasforma questa pietra in pane; ho pregato tanto, perché tu trasformassi la mia situazione familiare, cosa ti costa intervenire con un miracolo?; salva te stesso, mostra la mondo la tua potenza, ti si prostreranno davanti e ti adoreranno: perché coloro che non credono, mi osteggiano e mi insultano, credevo che Tu fossi più forte; salva te stesso, chiedi al Tuo Dio ti farsi vedere e di dare prova di Se’, buttati giù…che paura hai?: se non guarisci il mio caro, così come ti chiedo da tanti mesi, non sei più credibile ai miei occhi.

‘Cristo non si è gettato dal pinnacolo del tempio. Non è saltato nell’abisso. Non ha messo alla prova Dio. Ma è sceso nell’abisso della morte, nella notte dell’abbandono, nell’essere in balìa che è proprio degli inermi. Ha osato questo salto come atto dell’amore di Dio verso gli uomini. E perciò sapeva che, saltando, alla fine avrebbe potuto soltanto cadere nelle mani benevole del Padre. (Benedetto 16, Gesù di Nazareth, Dal Battesimo alla Trasfigurazione).

La tentazione più insistente e ripetitiva nella vita di tutti i giorni, quella sotto la quale spesso soccombiamo senza immediatamente farcene cruccio, è la mancanza di fede. Non crediamo ancora abbastanza che Gesù è la nostra vita presente e futura: la comunione con Lui ci rivela la nostra vera identità di uomini e il senso della nostra vita di figli; con Lui possiamo affrontare anche le croci più dolorose, senza che queste esauriscono la nostra speranza, perche è Lui che se le carica e a noi lascia solo una parte; grazie a Lui, la nostra persona diventa luminosa, credibile, forte, per noi e per tanti che incontriamo, perché la nostra vita non dice più noi, ma dice Lui.

Elie Wiesel, sopravvissuto ad Auschwitz, racconta l’agonia interminabile di un adolescente ebreo impiccato tra due adulti che erano già morti molto prima di lui. «Dov’è Dio, dove? Dov’è adesso?» chiede qualcuno al suo fianco. E «Una voce in me risponde: Dov’è? È qui… appeso al patibolo». (Cristian de Cherge, L’Altro, l’Atteso, le omelie del martire di Thiberine).

Gesù chiama perché ama, come ogni innamorato, che ama già anche il futuro dell’amato; Gesù chiama, perché non c’è nessuno che il Padre non veda già nel suo futuro di Pace; Gesù chiama, perché se è vero che l’uomo è mosso da una attrazione di vita verso di Lui, allo stesso modo lo sperimenta Lui nei confronti di ciascuno. La sua unica preoccupazione, è quella di rivelarci il Volto del Padre, e non c’è occasione che non sia buona per farlo. Davanti alla folla che lo aveva cercato ‘si commuove perché erano come pecore senza pastore…e si mise a insegnare loro molte cose’ (Mc 6,34).
Levi era un pubblicano, un peccatore pubblico, estorceva soldi in modo disonesto. Gesù lo chiama a seguirlo… ‘Ed egli, lasciando tutto, si alzò e lo seguì’.
L’evangelista, per descrivere la chiamata, non si perde su altri particolari. Ci mostra l’essenziale, e in poche parole, ci dice solo ciò che conta.
Quando Gesù chiama, la verità che quella parola è la Sua, è inequivocabile. Uno dei frutti più veri, a conferma di questo, è la Pace del cuore. Lo si vede dagli occhi, dal modo di parlare, dalla nuova libertà con cui inizi a guardare e a scegliere la tua vita. Levi infatti lascia tutto quello che fino a quel momento, seppure in modo disonesto, gli garantiva un guadagno per vivere. E ripete come San Paolo: ‘Ma queste cose, che per me erano guadagni, io le ho considerate una perdita a motivo di Cristo. Anzi, ritengo che tutto sia una perdita a motivo della sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore’ (Fil 3,7-8).
La verità della chiamata, si rivela inoltre nella vita nuova che questa produce. In questo ‘alzarsi’ è legittimo leggere il distacco da una situazione di peccato ed insieme l’adesione consapevole a un’esistenza nuova, retta, nella comunione con Gesù’ (Benedetto 16, Udienza generale, 30-08-2006).
Chi sceglie Gesù, ricomincia a vivere, sempre.

Il digiuno si può considerare una terapia dell’anima. Praticato infatti come segno di conversione, facilita l’impegno interiore a mettersi in ascolto di Dio. Digiunare è riaffermare a se stessi quanto Gesù replicò a Satana che lo tentava, al termine dei quaranta giorni di digiuno nel deserto: “Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio” (Mt 4,4). (San Giovanni Paolo 2, Angelus, 10-03-1996).

Il vero digiuno è scegliere per Gesù. I santi, sono arrivati fino a privarsi di tutto se stessi, per fare spazio al Signore della Vita. Così recitava la prima lettura di ieri, dal libro del Deuteronomio: ‘Scegli dunque la vita, perché viva tu e la tua discendenza, amando il Signore, tuo Dio‘. (Dt 30,18).
Digiuno per lasciare che sia Lui a prendere casa in me, perché anch’io trovi casa, e possa offrire ospitalità a tutti.
Digiuno per mettere ordine alla mia vita spesso disordinata, e non permettere che in questa giornata, mi guidi il sentimento del momento che oggi c’è e domani è come il vento.
Digiuno per vincere la mia presunta onnipotenza di dovere e potere essere capace di tutto, anche se non capisco dove sto andando, con l’ostinazione di un mulo con gli occhi oscurati che scalcia quando si sente braccato.
Digiuno per essere sobrio, e cercare solo ciò di cui ho veramente bisogno, senza mai eccedere in nessuna ‘golosità’ che il mondo mi proporne come assolutamente necessario.
Digiuno per fare spazio agli altri, trovare tempo per stare in loro compagnia, aver cura di ogni relazione che il Signore mi regala.
Digiuno per educarmi a donare senza aspettarmi niente in cambio, se ho coscienza che Dio Padre mi ama e stravede per me, non ho bisogno di altre conferme alla mia compiacenza personale.
Digiuno per amore e per amare, la sua Parola e il Suo Pane danno vita alla mia vita, perché se mi venissero a mancare non sarei neppure in grado di respirare.

Chi vuol soltanto possedere la propria vita, prenderla solo per se stesso, la perderà. Solo chi si dona riceve la sua vita. Con altre parole: solo colui che ama trova la vita. Senza questo più profondo perdere se stesso non c’è vita. Solo l’amore di Dio, che ha perso se stesso per noi consegnandosi a noi, rende possibile anche a noi di diventare liberi, di lasciar perdere e così trovare veramente la vita. (Benedetto 16, Omelia Santa Messa nel Duomo di Vienna, 9-09- 2007)

Il Signore Gesù è un fine educatore, più lo ascoltiamo con attenzione e più impariamo cosa significa educare. Se rileggiamo senza fretta il Vangelo di stamattina, ci appare chiara la progressione nell’amore, dentro alla quale anche noi siamo introdotti. La stessa progressione che è chiesta a ciascuno, come genitori e come sacerdoti, come educatori e come giovani, come amici e come colleghi.
Gesù è cosciente della sua vocazione, annuncia che dovrà soffrire molto, perché sa’ che tanti non accetteranno il suo proclamarsi ‘Figlio di Dio’. Anzi lo osteggeranno, fino ad usargli violenza, e lo faranno soffrire. Noi siamo coscienti che, scegliere Lui e vivere con Lui, comporta anche sofferenza? Non necessariamente fisica, pur sapendo che il secolo scorso è quello nella storia più fecondato dal sangue dei martiri, ma di freddezza, di derisione, di cattiveria?.
Gesù ci prende sul serio, perché ci ama molto, e non vuole nasconderci la verità. Se vuoi stare dietro a me, prendi la tua croce e seguimi passo per passo, metti i tuoi piedi nella mia impronta. Quali sono le nostre croci? Ci sono croci fisiche, e ce ne sono altre più interiori, che danno il passo al nostro cammino di conversione. Non baipassiamole, se il Signore le permette, è solo per la nostra gioia.
Gesù desidera, o meglio, vuole che ciascuno sia felice. Ci mostra la strada, con chiarezza, senza sconti. Vuoi essere felice, così come il Padre desidera per te, e per ciascuno dei suoi figli? Ama. Ama la vita, ama la gioia e la fatica, ama la pace e l’incomprensione, ama la fedeltà e la sofferenza, accogli tutto per incontrare Lui. Lascia perdere te stesso, non voltarti indietro a cercarti, cerca Lui: ti sta aspettando.  Quando Gesù chiama, la verità che quella parola è la Sua, è inequivocabile. Uno dei frutti più veri, a conferma di questo, è la Pace del cuore. Lo si vede dagli occhi, dal modo di parlare, dalla nuova libertà con cui inizi a guardare e a scegliere la tua vita. Levi infatti lascia tutto quello che fino a quel momento, seppure in modo disonesto, gli garantiva un guadagno per vivere. E ripete come San Paolo: ‘Ma queste cose, che per me erano guadagni, io le ho considerate una perdita a motivo di Cristo. Anzi, ritengo che tutto sia una perdita a motivo della sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore’ (Fil 3,7-8).
La verità della chiamata, si rivela inoltre nella vita nuova che questa produce. In questo ‘alzarsi’ è legittimo leggere il distacco da una situazione di peccato ed insieme l’adesione consapevole a un’esistenza nuova, retta, nella comunione con Gesù’ (Benedetto 16, Udienza generale, 30-08-2006).
Chi sceglie Gesù, ricomincia a vivere, sempre.

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