Gesù capito, amato, seguito – Omelia don Pietro Margini

Omelia V Domenica di quaresima

Gesù capito, amato, seguito

Ger 31, 31-34; Eb 5, 7-9; Gv 12, 20-33

“È giunta l’ora” (Gv 12, 23). Gesù parla della sua ora, di un’ora di glorificazione e di un’ora di tormento, di un’ora decisiva per lui e per tutto il mondo. E la sua ora è l’ora della sua passione e morte e del passaggio alla resurrezione. Era venuto per questo, dice Gesù. Era venuto. Ha la testimonianza del Padre e sa che sarà l’ora della vittoria sul male e su tutte le conseguenze del male.

Ecco, si apre il tema delle nostre considerazioni, si apre il centro della nostra devozione in particolare di questi giorni: è la croce. È la croce dove Gesù è morto, è la croce dove Gesù compirà la sua risurrezione. La croce. Nella prima Lettura il profeta Geremia ci parla di una nuova amicizia, di una nuova alleanza tra l’uomo e Dio, di un’amicizia che non avrà più i risalti esteriori di prima, ma si verificherà in una trasformazione del cuore. E infatti la croce di Gesù ha compiuto quest’amicizia: ha rotto il dominio del peccato e della morte e ha unito gli uomini di buona volontà col loro Signore.

Nella seconda Lettura san Paolo accentua il senso della mediazione di Gesù. È Gesù che ha pianto, è Gesù che ha gridato al Padre per la nostra salvezza, è Gesù che ha compiuto fino in fondo la sua obbedienza, ha compiuto fino in fondo il suo sacrificio, per riscattarci. E allora comprendiamo bene: la croce non è solo il luogo di Gesù, è il luogo dove devono convenire tutti i cristiani. “Se uno mi vuol servire, mi segua e dove sono io, là sarà pure il mio servo” (Gv 12, 26).

 

Ecco la nostra meditazione che, particolarmente in questi giorni, deve fissare il tema, deve fissare la fede, deve fissare soprattutto l’amore. Cristo ci ha amato e si è dato per noi. Noi ci dobbiamo lasciare afferrare da lui e, per amore suo, unirci a lui per glorificare il Padre, per donare l’amore ai fratelli. Ecco allora il nostro vero segno di cristiani, che è il segno della croce, quel segno della croce che tante volte facciamo distratti, quel segno della croce che è diventato tante volte una specie di formalità. Ci segniamo con la croce, onoriamo la croce, andiamo con tutto il cuore alla croce. “Io non so la sapienza dei filosofi, io non so l’ansia dei miracoli”, dice san Paolo, “io solo so una croce. Io solo so questa conoscenza, che è la conoscenza di Gesù crocifisso” (cfr. 1 Cor 1, 22-23 ; 1Cor 2, 2).

Cristo ci ha amato e si è dato per noi. Noi ci dobbiamo lasciare afferrare da lui e, per amore suo, unirci a lui per glorificare il Padre, per donare l’amore ai fratelli.

Allora nella croce dovremo scoprire la nostra vocazione battesimale: dobbiamo partecipare al Cristo, per partecipare alla resurrezione. Il tema dunque è abbondante e centrale, è completo e deve trasformare veramente la nostra devozione, perché nella nostra devozione non dobbiamo essere noi il centro, ma il centro deve essere Gesù, Gesù adorato, Gesù capito, Gesù amato, Gesù seguito. In parole povere, che cosa diciamo quando centralizziamo sulla croce? Dobbiamo capire che la vita presente è una prova, che la vita presente è un combattimento. “Chi vuol venire dietro di me”, ha detto lui, “prenda la sua croce e mi segua” (cfr. Mt 16, 24). E allora accettare questa condizione, combattere meglio i nostri peccati, avere la pazienza del bene, avere ancora di più l’entusiasmo del bene, non volere una vita mediocre e tirata via, volere una vita di vera pienezza e di vera glorificazione di Dio.

Un cristiano sa mortificare i suoi vizi e le sue concupiscenze, per essere un pane nuovo, come sottolineeremo nella Pasqua, un pane nuovo, un pane fresco, senza il rancido del lievito cattivo. Noi dobbiamo essere una pasta nuova, perché ci dobbiamo lasciare trasformare dalla grazia del Signore, dalla potenza della sua azione e della sua croce. Cerchiamo allora di prolungare la nostra meditazione sulla croce, di prendere coscienza del valore della croce, di non volere essere ribelli, di volere essere piuttosto docili e umili di fronte alle cose, che ci chiede il Signore. Cerchiamo di uniformare la nostra volontà alla sua, di essere più umili e più forti.

E passiamo questi quindici giorni, che ci separano da Pasqua, insistendo sulla preghiera, insistendo su un silenzio che sia abbandono di tante distrazioni e di tante cose inutili. Insistiamo su maggiore delicatezza nel vincere le nostre difettosità. Cerchiamo che questi giorni siano particolarmente fervidi, particolarmente forti, particolarmente impegnati. La Pasqua non s’improvvisa, la Pasqua si prepara. La Pasqua non è qualche cosa di esteriore, per cui ci basti dire “Alleluia” e scambiarci gli auguri. La Pasqua è una cosa che si conquista attraverso una maggiore generosità, attraverso un maggior dominio di noi, attraverso l’acquisizione vera e completa dello spirito del Signore.

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